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Improvvisazione, sì o no…

Sabato 22 e domenica 23 settembre scorsi ho partecipato a un laboratorio organizzato da Teatro della Tosse Associazione Arbalete e condotto da Laura Colomban.

Il laboratorio, dal suggestivo titolo di Abitare il corpo, proponeva un’introduzione al Life/Art Process, metodo ideato dalla danzatrice Anna Halprin e “sistematizzato” dalla figlia Daria.IMG_5634

Si tratta di un processo creativo che, attraverso il movimento, la danza, il disegno, il suono corporeo e la scrittura punta a favorire l’ascolto del proprio corpo e l’esplorazione delle proprie urgenze espressive, a livello fisico, emotivo e immaginativo.

Nel corso di queste due, intense e interessanti, giornate abbiamo cercato di dare risposta alle seguenti domande: “Se il mio corpo potesse parlare, oggi, ora, cosa direbbe?” e, il secondo giorno, “Se il mio respiro potesse parlare, cosa mi direbbe?”.

Ecco, tra le altre cose, il mio corpo mi ha spiegato, definitivamente, che:IMG_5458

  • NO: non ho un problema con l’improvvisazione. Il workshop è stato, essenzialmente, una lunga performance in cui ognuno di noi ha affrontato improvvisazioni sonore, danzate, pittoriche, scrittura automatica, composizione di haiku (semplici poesie, secondo la tradizione giapponese), interpretato fisicamente i disegni propri e degli altri partecipanti, interagito creando dialoghi corporei… Per concludere con una carrellata di “assolo”, in cui ciascuno ha rappresentato tutto il lavoro fatto nel corso delle due giornate. E, insomma, è una cosa che posso fare. Con una buona dose di violenza iniziale, lo ammetto, ma posso farlo: non c’è (più) niente a bloccarmi irrimediabilmente stile statua di sale.

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E, tuttavia:

  • SÌ: ho un problema con l’improvvisazione. Nel senso che, semplicemente, non mi piace. O, forse posso dirlo meglio: non è la modalità più adatta a soddisfarmi, a favorire la ricerca, l’introspezione, la scoperta. È un po’ la stessa cosa che mi succede con gli spazi molto ampi (piazze, spiagge, sale prove…): mi fanno sentire a disagio e mi danno un’idea di dispersione, mentre nei locali più raccolti ho l’impressione che l’energia sia più intensa e lo sforzo più produttivo. Allo stesso modo, per quanto paradossale possa sembrare, mi sento molto più a mio agio e libera di esprimermi quando so esattamente cosa devo fare e posso concentrarmi sull’esecuzione. Per me la ripetizione è fondamentale; ad esempio, adoro provare a oltranza e so che, quando il mio corpo ha assimilato la coreografia (o il testo, non cambia), solo allora si è creato lo spazio per inserire l’interpretazione, l’emozione, la soddisfazione. E, pure, trovo assolutamente confortevole e rilassante l’esercizio quotidiano ripetuto, per esempio quello alla sbarra: è come se fosse una forma di meditazione.

Del resto, mi pare di aver capito che questo aspetto del lavoro non sia assente nel metodo Halprin, tanto è vero che parte della prima giornata di workshop è stata dedicata a conoscere alcune sequenze di movimenti organici -focalizzati soprattutto sull’allungamento e la flessibilità della colonna vertebrale- che fanno parte di ciò che la stessa Halprin definisce Movement Ritual, nome la cui suggestione è proprio quella di una ripetizione quotidiana, “rituale” appunto, di questi movimenti.

 

In conclusione: un metodo che non conoscevo e che ho scoperto con piacere, oltre a un bellissimo gruppo di lavoro, grazie al quale è stato possibile affidarsi e sperimentare.  Va detto che Laura Colomban è stata davvero brava, grazie alla sua garbata determinazione, a farci scivolare tutti con naturalezza in ciascuna delle esperienze che ci ha proposto, anche quelle che inizialmente hanno suscitato qualche perplessità o timore.
Infine, non voglio assolutamente trascurare di dare la giusta importanza al Luzzati Lab,  la meravigliosa sala che ha ospitato il laboratorio e ha sicuramente contribuito a creare la giusta atmosfera.

Le bellissime foto sono state scattate da Martina Zappettini (l’effetto Tilt Shift, invece, l’ho aggiunto io).

 

 

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notizie, Traduzioni

Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Direttamente da “La giornata del traduttore“, un nuovo post di approfondimento a cura di Doppioverso.
E, con grande piacere, ci sono anche io.

Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Ogni traduttore è traduttore a suo modo e ha una propria specifica identità,modellata negli anni da specializzazioni che sono frutto di un determinato bagaglio culturale e di inclinazioni e interessi assolutamente personali. Il panorama della traduzione – come ormai ben sa chi opera in questo campo – è quindi tutt’altro che piatto e bidimensionale: ognuno ha un suo modo di intendere il proprio lavoro, di promuovere e incentivare la propria professionalità attraverso la formazione, e fin dai suoi esordi la Giornata del Traduttore ha avuto l’obiettivo di porsi come palcoscenico privilegiato in cui dare espressione a questa caleidoscopica eterogeneità.

Uno dei tratti distintivi di tale evento è da sempre la promozione del “fare rete” e del reciproco arricchimento tra professionisti attraverso il mutuo confronto e il costante scambio di competenze e spunti di riflessione, perché la Giornata non è e non è mai stata un evento frontale, quanto piuttosto un’occasione di incontro da costruire tutti insieme. Nel corso degli anni in cui l’abbiamo frequentata abbiamo avuto l’opportunità di conoscere colleghi validi e di comprovata esperienza, aspiranti di belle speranze e già pieni di consapevolezza, professionisti che avevano allargato le proprie competenze ad altri ambiti trascendendo la propria figura di “traduttore puro” per esplorare con successo altri comparti del lavoro sulla lingua.

Abbiamo pensato quindi di chiedere ad alcuni di questi colleghi quale fosse il libro che più aveva segnato la loro carriera e il loro modo di intendere la professione, e ne è uscito un quadro composito e interessante, che speriamo possa offrire a chi legge utili spunti per ampliare la propria visione del contesto lavorativo in cui ci muoviamo e chissà, magari, visto che siamo alla vigilia della pausa estiva, proporre anche validi consigli di lettura da inserire nella propria wishlist per le vacanze.

411nzVtf6kL._SX331_BO1,204,203,200_“Il libro che ha segnato una svolta nel mio modo di vedere il lavoro di traduttrice freelance è stato The Entrepreneurial linguist – The Business-School approach to freelance translation di Judy e Dagmar Jenner”, racconta Debora Serrentino, specializzata in traduzioni tecniche e creative nei settori enogastronomico e dell’industria alimentare. “Di questo libro mi ha subito attirato il titolo perché non avevo mai pensato di considerare il freelance come un imprenditore, per quanto piccolo. Il libro è dichiaratamente rivolto ai traduttori che vogliono lavorare con i clienti diretti e il primo capitolo spiega molto bene il ‘segreto’ per adottare una mentalità imprenditoriale e iniziare a considerare la propria attività un’azienda a tutti gli effetti; nei capitoli successivi poi vengono spiegati tutti i passi su come gestire ‘un’impresa che funziona’. Le due autrici vedono il cliente diretto come il referente naturale dei traduttori, anche per quelli agli inizi, nonostante questo credo che i consigli su come impostare una collaborazione alla pari, oppure quelli su come gestire la trattativa per l’acquisizione di un progetto o sulla politica dei prezzi, possano essere molto utili anche per chi preferisce lavorare con le agenzie, giusto per ricordare che anche delle agenzie siamo collaboratori e non dipendenti”.

La crucialità dell’ottica imprenditoriale applicata a un lavoro come quello del traduttore, troppo spesso abituato a vedersi riduttivamente come semplice “artigiano della parola”, è al centro anche del libro consigliato da ben due nostre colleghe, la traduttrice editoriale Stefania Marinoni e l’esperta di traduzioni in ambito finanziario e legale Chiara ZanardelliBusiness Guide for Translators, dell’infaticabile traduttrice polacca Marta Stelmaszak. “Se non conoscete ancora Marta Stelmaszak, la Business Guide for Translators è un ottimo modo per entrare nell’“universo di Wantwords” composto, tra le altre cose, da un blog che è ormai una pietra miliare”, commenta Stefania. “Se invece la conoscete già, saprete che è un’autorità in materia: tanto per dirne una, quest’estate è a Harvard per seguire un corso in Innovation (termine caro alla GdTrad16) and Entrepreneurship. Nel corso del libro Marta introduce alcuni concetti fondamentali di marketing ed economia e mostra come applicarli al mondo della traduzione. Non esattamente una lettura da ombrellone ma un testo denso e stimolante, che vi porterà a riflettere sui motivi per cui avete scelto questo lavoro. Consigliato anche e soprattutto a noi traduttori editoriali che, mossi dalla passione, spesso tendiamo a sottovalutare alcuni aspetti del nostro mestiere”. Una lettura trasversale quindi, per chi come noi, conferma Chiara, è “spesso poco incline ad analizzare l’aspetto commerciale del nostro business. In questa guida, Marta Stelmaszak illustra ‘everything you should know about business principles and the laws of the market’, costringendoci di fatto a ragionare come imprenditori di noi stessi e a valutare pragmaticamente il nostro business. Una guida con la giusta dose di teoria e pratica, che consiglio a tutti, indipendentemente dagli anni di esperienza nel settore”.

mestiereSull’importanza del fattore S, vale a dire della padronanza delle regole della scrittura e dell’uso della lingua, anche e soprattutto di arrivo, si concentra invece il testo consigliato da Paola Paris, traduttrice specializzata in traduzioni informatiche, localizzazione software, transcreation dall’inglese all’italiano e DTP, la cui simpatia accompagnata dall’inseparabile macchina fotografica è ormai una costante della GDT: Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada (Apogeo, Maggioli Editore, 2008). “Fin dalla sua prima apparizione di sito/blog questo testo si è rivelato uno strumento affidabile e imprescindibile per tutti coloro che si apprestano a scrivere contenuti per la comunicazione di impresa: white paper, comunicati stampa, presentazioni, brochure, blog ecc. vengono analizzati e presentati con esempi chiari e concreti”, racconta Paola.

Due insoliti e interessanti approcci alla realtà della traduzione letta attraverso il prisma delle proprie specifiche specializzazioni e inclinazioni personali sono infine quelli proposti da altre due colleghe, Elisa Pesce, esperta di internazionalizzazione con particolare riferimento al settore vinicolo, e Tiziana Tonon, ‎traduttrice freelance e antropologa specializzata in tradizioni e culture afro-brasiliane, i cui consigli di lettura si incentrano su libri che solo tangenzialmente toccano il tema della traduzione.

oxford“Per chiunque nutra un minimo interesse per il mondo del vino, The Oxford companion to winedi Jancis Robinson (Oxford University Press) è un must”, spiega Elisa. “Dall’esperto di settore all’appassionato che non si accontenta di una spiegazione all’acqua di rose, questa è la Bibbia in materia di vino, nonché uno dei testi chiave per il Diploma della WSET, esame propedeutico ai corsi per diventare Master of Wine. Formato enciclopedico – in tutti i sensi – un’accuratezza e una semplicità di consultazione difficilmente eguagliabili. Ovvio, un testo così non è aggiornabile molto di frequente, ma i fondamentali sono quello che contano, e nel caso di un traduttore siamo ben oltre il minimo indispensabile se si vuole approfondire la materia. Unico neo: esiste solo in inglese, ma d’altronde questa è l’unica lingua in cui avviene tutto ‘quel che conta’ nel settore, per cui non c’è da stupirsi, e la risorsa è utile più ai fini della comprensione che della traduzione”.
41VAw+T4vOL._SX332_BO1,204,203,200_Il testo “cardine” di Tiziana è invece La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà di Guy Deutscher (Bollati Boringhieri 2013, traduzione di Enrico Griseri). “Da grande volevo fare l’antropologa”, racconta Tiziana, “poi è successo che sono diventata traduttrice. Questo libro, dedicato alle connessioni esistenti tra linguaggio, cultura e pensiero, tocca due delle mie principali ossessioni – le parole e il genere umano – e, pur non essendo un saggio sulla traduzione, mi pare possa stimolare interessanti riflessioni, in particolare sulle difficoltà di rendere precisamente una ‘realtà’ quando la si trasporta da una lingua a un’altra. Sfidando la concezione dominante, Deutscher intende dimostrare che le differenze culturali hanno profonde ripercussioni sul linguaggio e, addirittura, che la lingua madre può influenzare pensieri e percezioni dei parlanti. E lo fa servendosi di esempi riguardanti la terminologia relativa alla percezione del colore, dell’orientamento spaziale e del genere grammaticale. Il tutto coadiuvato da uno stile scorrevole, direi ‘amichevole’, e per nulla pretenzioso”.

4172Lt9F6qL._SX302_BO1,204,203,200_Bonus track, potevano mancare i consigli di lettura delle sottoscritte? Come sapete Chiara, specializzata in giornalismo e saggistica, ha un chiodo fisso per tutto ciò che riguarda la Rete e la sharing economy. Il suo libro cult è infatti Shareology, del socialmedia guru Bryan Kramer, tra i 25 top influencer al mondo secondo Forbes, padre della teoria dell’H2H, Human To Human, che spiega come il web e i social media ci consentano sì di conversare con altri individui, ma per sfruttare al meglio le loro potenzialità occorra ritrovare l’aspetto umano in questo dialogo con l’audience, cioè con delle persone, non con un target. “La strategia – spiega Kramer – è condividere ciò che ci rende umani, far leva sulle emozioni per collegarsi in rete con le persone e saper celebrare con onestà i momenti deboli perché ci rendono umani e credibili”. Una lezione di autenticità e comunicazione senza filtri che andrebbe applicata non solo al personal branding e al tentativo di costruirsi un’identità forte in Rete, ma anche in generale all’approccio con i clienti e i colleghi in un contesto lavorativo in cui spesso l’aspetto più carente è quello della deontologia e trasparenza, non solo professionale, da cui secondo Chiara discendono a cascata tutti i problemi che lamentiamo affliggere il nostro settore.

51uEXHWXyDL._SX323_BO1,204,203,200_Infine il consiglio di Barbara, che in questo turbine di innovazione, personal branding e imprenditorialità ritorna un po’ alle basi del mestiere. “Il mio libro ‘mai più senza’ è La voce del testo (Feltrinelli 2012), di Franca Cavagnoli. Si tratta di un manuale-non manuale, in cui una delle più importanti traduttrici editoriali italiane spiega, con numerosi esempi e notevole pragmatismo, come affrontare il testo che ci si approccia a tradurre. Franca procede con metodo e attenzione, senza trascurare nessuna delle fasi fondamentali della traduzione: dalla prima lettura all’individuazione della voce autoriale e del lettore ideale, dall’approccio pratico ai diversi generi letterari all’importanza dell’autorevisione. Tutto viene analizzato e sviscerato in un’ottica di ‘bottega’ che aiuta a comprendere ‘di che pasta è fatto’, nel concreto, questo nostro mestiere. Certo, è un libro rivolto ai traduttori editoriali. Ma sono convinta che chiunque lavori con due o più lingue, due o più universi culturali, possa ricavarne qualche spunto utile. Del resto, come racconta l’autrice stessa: ‘La traduzione è, in quanto esperienza, riflessione. È prima di tutto un fare esperienza dell’opera da tradurre e nello stesso tempo della lingua in cui quell’opera è scritta e della cultura in cui è germinata. E subito dopo è un fare esperienza della lingua madre e della propria cultura, che deve accogliere, vincendo ogni possibile resistenza, la diversità linguistica e culturale del romanzo o del racconto [o di qualunque altra tipologia testuale, n.d.r] da tradurre.’

http://www.lagiornatadeltraduttore.it/traduzione-7-libri-leggere-futuro-del-nostro-mestiere-consigliati-colleghi

 

Cultura brasiliana, Musica, Traduzioni

Muito obrigado, axé!

Il Brasile è un paese grandicello. E, come è noto, è davvero multietnico:
storicamente, il popolo brasiliano nasce dalla mescolanza.
Mescolanza che è di sangue, di  tradizioni,  di culture, di religioni…

Alcune sono abbastanza note qui da noi, altre meno.

Per parlare di argomenti con cui sono più in confidenza, partirei dal candomblé, che è una religione ri-creata in Brasile ad opera degli africani vittime della diaspora, trasportati  oltreoceano nel corso del traffico schiavista.

Qui ci vuole una sigla. Ecco, quindi, la nostra: si tratta proprio di un invito a conoscere questo mondo misterioso, magico… afro.

L’autore della canzone è Carlinhos Brown e le meravigliose interpreti sono Ivete Sangalo e Maria Bethânia.

Il testo (e, direi, anche l’impasto di voci di Ivete e Bethânia) esprime bene
questo concetto della mescolanza, del “meticciato”  che sta alla base della cultura brasiliana: un continuo, dinamico,  inesauribile processo di creazione di prodotti originali dati dall’integrazione tra componenti dalle origini più variegate.

Vai al video della canzone su Youtube

E partiamo con una traduzione/parafrasi a ruota libera:

Odô, axé odô, axé odô, axé odô
Odô, axé odô, axé odô, axé odô

significaGrazie axé” (axé è la forza, energia che sta alla base della religione candomblé).
Quindi: Ringrazio la mia fede.

Isso é pra te levar no ilê
Pra te lembrar do badauê
Pra te lembrar de lá
Isso é pra te levar no meu terreiro
Pra te levar no candomblé
Pra te levar no altar

Questa canzone vuole portarti a casa (ilê),
ricordarti della festa (badauê),
farti ricordare come è là.
Voglio portarti nella casa dove io prego,

voglio portarti al candomblé,
voglio portarti a vedere il mio altare

Isso é pra te levar na fé
Deus é brasileiro
Muito obrigado axé
Ilumina o mirin orumilá

Na estrada que vem a cota
É um malê é um maleme

Voglio farti conoscere la mia fede
Dio è brasiliano

Ringraio la mia fede
Questa parte mescola termini di origine indigena, araba e yoruba (la lingua sacra del candomblé) per sottolineare che Dio è metaforicamente brasiliano: ovvero è meticcio, come tutta la cultura di questo paese.

Quem tem santo é quem entende
Quanto mais pra quem tem ogum

Missão e paz
Quanto mais pra quem tem ideais e

Os orixás

Chi “ha il santo” può capire, soprattutto chi è di Ogum (che è l’orixá =la divinità che apre i cammini), l’importanza di questo ritorno alle origini, per capire la ricchezza di tutti i contributi, per poter apprezzare la ricchezza delle diversità.

Joga as armas prá lá
Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz a festa
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz um samba
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Traz a orquestra
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz a festa

Bisogna mettere da parte le armi, smettere di combattere, accogliere festosamente e con rispetto la diversità.
Dobbiamo armonizzare, come in un samba, come in  un’orchestra, le voci e i timbri differenti.

A quel punto potremo dire: “Muito obrigado, axé”, Grazie!

citazioni, Cultura brasiliana, Traduzioni

ÀBÍKÚ

Questo testo è di Ìyá Sandra Medeiros Epega
www.sandraepega.com.br

(la traduzione l’ho fatta, informalmente, io.
Sperando che all’Autrice non dispiaccia)

 Àbíkú – la parola dice già tutto

                          A=Noi
                                   BI=nascere
                                                     KU=Morire
                                                                (noi siamo stati concepiti per morire)

Nell’Orun, un mondo parallelo che ci circonda, in cui vivono Dei e Antenati, parola che si può tradurre con Cielo, vive un gruppo di bambini chiamato Egbe Orun Abiku: i bambini che nascono per morire in un breve periodo di tempo, provocando grande sofferenza nelle loro famiglie (…)

La permanenza degli Abiku o Emere è condizionata da un patto che stipulano con Onibode Orun, il portiere del Cielo, al momento di scendere nell’Aiye (la Terra).

Questo patto viene rigorosamente rispettato dagli Abiku, e un bimbo il cui accordo fosse quello di non nascere, realmente non nascerà, un altro che abbia stabilito di fare ritorno al momento dell’eruzione del suo primo dente, morirà subito, per incidente o malattia, giorni o ore dopo la comparsa di tale dentino.
Quando un bambino Abiku nasce, il suo amichetto, ovvero il suo compagno più prossimo nell’Orun, inizierà a intervenire nella sua vita, tormentandolo, comparendogli in sogno, di modo che non dimentichi i suoi amici nell’Orun e torni rapidamente da loro, appena avrà portato a termine quanto stabilito dal patto.

Gli Itan Ifá (racconti mitici della Tradizione Orale Yoruba) ci riferiscono di varie storie di Abiku, tra questi ad esempio i seguenti odú: Odi, Obara, Ejiogbe, Irete-Irosun, Otura-Rete, Iwori-Wosa.
(…)
La prima volta che gli Abiku vennero sulla Terra, erano un gruppo di 280, guidati da Alawaiye, re di Awaiye e loro capo nell’Orun. Venendo verso la Terra, tutti si fermarono alle porte del Cielo e strinsero vari patti. Essi sarebbero tornati nell’Orun non appena:
-avessero visto per la prima volta il viso di loro madre
-si fossero sposati
-avessero compiuto sette anni di vita
-avessero avuto un fratello
-avessero costruito una casa
-avessero imparato a camminare
E nessuno di loro voleva accettare l’amore dei propri genitori, e doni e affetto sarebbero stati insufficienti a trattenerli sulla Terra, e forse alcuni neppure arrivarono a nascere. I membri di questa prima leva di bambini Abiku stabilirono tra loro anche abiti, rituali, cappelli e turbanti, tinti di òsun che avrebbero avuto il valore simboico di 1.400 cauri e, se i loro genitori avessero saputo indovinare quali fossero tali abiti e oggetti e li avessero offerti loro, avrebbero potuto trattenerli sulla Terra.
Gli abiti avrebbero dovuto essere appesi ai rami degli alberi del Bosco Sacro degli Abiku, a Awaiye, e i loro genitori avrebbero dovuto dare annualmente una festa, con tamburi e cantiche, per rallegrare gli Abiku, che sarebbero stati dipinti con l’òsun, non sarebbero più tornati all’Orun, spezzando così il patto e il loro vincolo con la Società degli Abiku del Cielo.
Òrúnmìlà racconta altre storie su bambini che, dopo essere andati e venuti varie volte tra il Cielo e la Terra, poterono essere tenuti in vita, poiché i loro genitori avevano consultato l’oracolo di Ifá e fatto le offerte stabilite da Òrúnmìlà, scambiando il loro nome o aggiungendone uno che li facesse desistere dal morire nuovamente, usando foglie sacre per frizionare i loro corpicini, per allontanare gli altri compagni Abiku, mettendo alle loro caviglie uno Sawooro (sonaglino), facendo delle piccole incisioni sui loro corpi e inserendovi quindi la polvere nera ottenuta da una miscela di foglie, e riempiendo con questa stessa polvere un amuleto di pelle a forma di piccola borsa, chiamato Óndè, da legare alla vita del bambino. Alcuni Abiku devono anche indossare alle caviglie pesanti bracciali e catene che non li lasciano fuggire nell’Orun.
(…) Tali offerte avrebbero dato la possibilità ai genitori di trattenere i loro figli sulla Terra, e questi non sarebbero più morti.

Nei paesi di origine degli Yoruba, una madre che perde vari figli prima o dopo la loro nascita, per morte violenta, improvvisa o inesplicabile, va in cerca di un Babalawo (un sacerdote indovino) e scopre di essere madre di un bambino Abiku, che può nascere e morire innumerevoli volte, impedendole inoltre di avere figli normali. Il Babalawo indica la necessità di fare un Ebo (una offerta propiziatoria), di usare foglie particolari, procedimenti che servono per allontanare l‘Abiku, se i figli della donna sono morti, e perché questa possa generare bambini perfetti. Oppure per trattenere il bimbo sulla Terra e spezzare il suo vincolo con il Cielo, mantenendolo in vita. Fino a che il bambino avrà compiuto nove anni, in prossimità della data del suo compleanno, saranno fatte determinate offerte, che potranno essere ripetute fino al compimento del diciannovesimo anno. Il bambino dovrà usare abiti particolari, con decorazioni e colori specifici, il suo nome deve essere cambiato o se ne deve aggiungere un altro, che scoraggi il suo ritorno all’Orun (il Cielo).
(…)

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SONETTO DELLA FEDELTÀ

“De tudo ao meu amor serei atento
Antes, e com tal zelo, e sempre, e tanto
Que mesmo em face do maior encanto
Dele se encante mais meu pensamento.

Quero vivê-lo em cada vão momento
E em seu louvor hei de espalhar meu canto
E rir meu riso e derramar meu pranto
Ao seu pesar ou seu contentamento

E assim, quando mais tarde me procure
Quem sabe a morte, angústia de quem vive
Quem sabe a solidão, fim de quem ama

Eu possa me dizer do amor (que tive):
Que não seja imortal, posto que é chama
Mas que seja infinito enquanto dure.”

(Vinicius de Moraes)

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Blimunda… porquê?

“Muitas vezes me perguntei: porquê este nome? Recordo-me de como o encontrei, percorrendo com um dedo minuncioso, linha a linha, as colunas de um vocabulário onomástico, à espera de um sinal de aceitação que haveria de começar na imagem decifrada pelos olhos para ir consumar-se, por ignoradas razões, numa parte adequadamente sensível do cérebro. Nunca, em toda a minha vida, nestes quantos milhares de dias e horas somados, me encontrara com o nome de Blimunda, nenhuma mulher em Portugal, que eu saiba, se chama assim.

(…)Tentando, nesta ocasião, destrinçar aceitavelmente as razões finais da escolha que fiz, seria uma primeira razão a de ter procurado um nome estranho e raro para dá-lo a uma personagem que é, em si mesma, estranha e rara. De facto, essa mulher a quem chamei Blimunda, a par dos poderes mágicos que transporta consigo e que por si sós a separam do seu mundo, está constituída, enquanto pessoa configurada por uma personagem, de maneira tal que a tornaria inviável, não apenas no distante século XVIII em que a pus a viver, mas também no nosso próprio tempo. Ao ilogismo da personagem teria de corresponder, necessariamente, o próprio ilogismo do nome que lhe ia ser dado. Blimunda não tinha outro recurso que chamar-se Blimunda.

Ou talvez não seja apenas assim.

(…)Que outra condição, então, que razão profunda, porventura sem relação com o sentido inteligível das palavras, me terá levado a eleger esse nome entre tantos? Creio que sei a resposta, que ela me acaba de ser apontada por esse outro misterioso caminho que terá levado Azio Gorghi a denominar Blimunda uma ópera extraída de um romance que tem por título Memorial do Convento: essa resposta, essa razão, acaso a mais secreta de todas, chama-se Música.

Terá sido, imagino, aquele som desgarrador de violoncelo que habita o nome de Blimunda, profundo e longo, como se na própria alma humana se produzisse e manifestasse, que me levou, sem nenhuma resistência, com a humildade de quem aceita um dom de que não se sente merecedor, a recolhê-lo num simples livro, à espera, sem o saber, de que a Música viesse recolher o que é sua exclusiva pertença: essa vibração última que está contida em todas as palavras e em algumas magnificamente.”

SARAMAGO, José, in: Jornal de Letras, Lisboa, 15 de Maio de 1990, pág. 29.

www.citi.pt/cultura/literatura/romance/saramago/bli_mc8.html

notizie

Il viaggio dell’Elefante

Il percorso portoghese dell’elefante salomone. Bellissimo!!!

http://aviagemdoelefante.wordpress.com/

il percorso di salomone
salomone verso la spagna

O estribeiro-mor, emissário do seu destino, cavalga em direcção a valladolid, já refeito do mau resultado da tentativa feita para dormir em cima da montada, e o rei de portugal, com a sua reduzida comitiva de secretário e pajens, está a chegar à praia de belém, à vista do mosteiro dos jeronimitas e do cercado de salomão. Dando tempo ao tempo, todas as coisas do universo acabarão por se encaixar umas nas outras. Aí está o elefante.