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Una foglia caduta in estate, di Patrizia Ciribé

Sabato 9 febbraio alle ore 16:00, presso lo Spazio Aperto di Via dell’Arco, a Santa Margherita Ligure si terrà la presentazione di Una foglia caduta in estate, terzo romanzo di Patrizia Ciribé, edito da Nulla Die.

Dal momento che mi sono occupata della prima revisione del testo, l’autrice mi ha invitato a leggere alcuni passaggi durante la presentazione, invito che ho accettato con piacere e che mi ha portato a ripensare a quella storia, motivo per cui mi è venuto il desiderio di condividere alcune riflessioni di lettrice.

Perciò, eccole qui:

img_7558La prima cosa che mi viene in mente pensando a questo romanzo è che Una foglia caduta in estate è un libro che mi è entrato dentro.

Invece, è sicuramente più preciso dire che mi è stato “tirato fuori”, nel senso che è andato a toccare delle corde profonde, risvegliando probabilmente ricordi e sensazioni sopiti e creando un vero coinvolgimento nei confronti della vicenda e dei personaggi.

Cominciamo con il dire che l’ambientazione aiuta: la storia di Adolfo/Delfi -il protagonista del romanzo- si svolge prevalentemente nei luoghi in cui io sono nata e cresciuta: tra Santa Margherita Ligure, Camogli, Genova… tuttavia, non è stata la facilità nel riconoscere i luoghi (la descrizione dei luoghi, intendo) a creare quel senso di profonda immedesimazione.

È stata, piuttosto, la sapiente resa -sostenuta da precise scelte linguistiche e di registro- di certe atmosfere stagnanti tipiche della provincia (ebbene sì, anche di quella “chic”), intessute di pregiudizi, timori e inibizioni capaci di far sentire sbagliato chiunque si azzardi a mostrare una qualsiasi ambizione alla crescita, una qualsiasi urgenza di riconoscersi “diverso da”…

Inoltre, la vicenda narrata è avvincente e non banale e riesce a tenere viva l’attenzione del lettore, anche grazie all’alternarsi degli io narranti (ora Delfi, ora il suo compagno Gianfranco), e ai ripetuti flash-back che consentono di ricostruire, via via, la complessa storia (e personalità) del protagonista principale.

Anche la delicatezza e, al tempo stesso, la naturalezza con cui vengono raccontati gli amori (e gli amorazzi, anche) che si dipanano lungo la trama meritano – credo- una menzione: sono storie d’amore, più o meno serie, più o meno fortunate. Punto.

Senza entrare nel dettaglio, per non rovinare la lettura a nessuno, voglio però dire che: se un personaggio riesce a farti arrabbiare al punto che vorresti fargli un discorsetto almeno due o tre volte nel corso della lettura e se – a distanza di un anno da quando hai chiuso il libro- ancora ti capita, passando da alcune zone in cui sono ambientate le scene più importanti del romanzo, di fissare lo sguardo, cercando di scorgere qualcosa… beh, allora il libro ha raggiunto l’obiettivo.

Almeno, per me.

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