Convegni, fiere, frustrazioni, Traduzioni

Riflessioni -amarognole- di una traduttrice che non (si) sa vendere

Traduco per svariati motivi, in primo luogo perché adoro farlo e, devo dire, so bene di essere fortunata a poter coniugare lavoro e passione nella stessa attività. Sono ancora più fortunata perché, pur prediligendo la letteratura e l’antropologia, riesco a trovare stimolanti tutti i testi da tradurre: dal certificato di nascita al manuale di istruzioni per un tosa cammelli, dalla normativa di sicurezza di una piattaforma petrolifera al comunicato stampa di una famosa casa automobilistica. Dal saggio di sociologia, al romanzo per preadolescenti, al racconto dell’orrore (). C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, io poi sono curiosa… e puntigliosa. Quindi le soddisfazioni non mi mancano mai.
Un altro degli aspetti che trovo impagabili della mia professione è, indubbiamente, il fatto che -spesso- è sufficiente lavorare bene, fornire un prodotto accurato e preciso, rispettando i tempi stabiliti, per ottenere buoni risultati. In sintesi, non serve avere particolari doti da venditore. Una volta superata la prova di traduzione o approvato il preventivo, il lavoro è tuo e puoi startene nel tuo bell’angolino a fare (bene) quello che ti piace.
Perché le doti del venditore, quelle non le ho proprio. Non lo so fare, mi mette a disagio.
Però è vero che, soprattutto per quanto riguarda la traduzione editoriale, se un editore non sa della tua esistenza non ti affiderà mai un lavoro… e se una volta era sufficiente prendersi la briga di scrivere una lettera e andare alle Poste per spedirla, oggi, con i miliardi di e-mail che si scrivono e inviano alla velocità della luce, il contatto scritto non dà più garanzia che la tua proposta sarà letta.
E allora che si fa? Si va alle Fiere del libro a cercare di conoscere e di farsi conoscere. Con il risultato, almeno per quanto riguarda me, di tornare a casa carica di libri (quelli sono irresistibili!) ma con la sgradevole sensazione di essere svuotata, anche più svuotata del tuo portafogli.
Sì, perché non è così semplice come potrebbe sembrare: almeno per una come me, che non è mai stata predisposta alle vendite porta a porta, è decisamente avvilente sentirsi come se stesse elemosinando e disturbando le persone che invece stanno lavorando sul serio. Non tutti ti accolgono così (sempre troppi, però!), per fortuna molti editori ascoltano con gentilezza, alcuni addirittura manifestano interesse, ma il sotto-testo è sempre un po’ quello, che mi fa sentire come immagino si senta un addetto del call center quando ti chiama per offrirti una promozione che non ti interessa. E proprio mentre stai cenando!
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Un grande letto d’amore

Il dibattito sul razzismo è, purtroppo, sempre vivace. Le recenti involuzioni politiche e sociali a cui assistiamo in tutto il mondo hanno -malauguratamente- inasprito le posizioni, rendendo sempre più difficile trovare una via d’uscita praticabile. Per contribuire a ricordare che -in effetti- strade percorribili esistono, ho deciso di riprendere un mio vecchio articolo, in cui analizzavo il romanzo La bottega dei miracoli, di Jorge Amado (che è, non a caso, uno dei miei autori del cuore) evidenziando come  la sua opera letteraria fosse magistralmente intervenuta sui temi del meticciato e del sincretismo in Brasile, affermando che il Paese aveva trovato una soluzione originale contro il razzismo, basata su quello che l’autore definiva “l’umanesimo brasiliano”, ovvero l’incrocio di sangue, di culture, di religioni.

Eccolo qui:

“Un grande letto d’amore”.
O: il meticciato secondo Jorge Amado

COLOQUIO « Literaturas mestizas. Estética e ideología »
Poitiers, CRLA-Archivos, 17-19 de octubre de 2007
Maison des Sciences de l’Homme et de la Société – Université de Poitiers

“È meticcio il volto del popolo brasiliano ed è meticcia la sua cultura” (Amado, 2006: 132). La frase iniziale di La vita popolare a Bahia, il primo libro di Pedro Archanjo, è anche la sua parola d’ordine, la sua verità. Sua e del suo autore, Jorge Amado. Infatti Pedro Archanjo, oltre ad essere un ottimo etnologo, è anche e soprattutto l’eroe protagonista del romanzo La Bottega dei Miracoli, scritto nel 1969 dal romanziere baiano, che per questo suo “figlio” nutriva una predilezione particolare.

Leggendo i romanzi di Jorge Amado, ciò che principalmente mi ha colpito e ha risvegliato la mia curiosità è stato, oltre alla meravigliosa vitalità dei suoi personaggi, la visione ottimistica circa la mescolanza, biologica e culturale, che questo autore inserisce sempre nelle sue narrazioni. Sebbene siano molti gli autori di romanzi brasiliani che nelle proprie opere hanno dedicato un ruolo centrale al fenomeno del meticciato e dei sincretismi religiosi[1], è innegabile che la letteratura di Jorge Amado abbia contribuito in modo particolare alla formazione di una peculiare visione del Brasile e dei brasiliani, sia all’interno del Paese sia nel mondo intero. Jorge Amado è, sicuramente, “qualcuno che contribuisce a plasmare il volto stesso del suo popolo” (De Franceschi: 8); attualmente è opinione diffusa che i libri di questo autore, tradotti e apprezzati in più di 40 paesi, offrano a innumerevoli lettori nel mondo una rappresentazione della “baianità” -e quindi, come vedremo, del meticciato- elevata a simbolo della nazionalità brasiliana.

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