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Un grande letto d’amore

Il dibattito sul razzismo è, purtroppo, sempre vivace. Le recenti involuzioni politiche e sociali a cui assistiamo in tutto il mondo hanno -malauguratamente- inasprito le posizioni, rendendo sempre più difficile trovare una via d’uscita praticabile. Per contribuire a ricordare che -in effetti- strade percorribili esistono, ho deciso di riprendere un mio vecchio articolo, in cui analizzavo il romanzo La bottega dei miracoli, di Jorge Amado (che è, non a caso, uno dei miei autori del cuore) evidenziando come  la sua opera letteraria fosse magistralmente intervenuta sui temi del meticciato e del sincretismo in Brasile, affermando che il Paese aveva trovato una soluzione originale contro il razzismo, basata su quello che l’autore definiva “l’umanesimo brasiliano”, ovvero l’incrocio di sangue, di culture, di religioni.

Eccolo qui:

“Un grande letto d’amore”.
O: il meticciato secondo Jorge Amado

COLOQUIO « Literaturas mestizas. Estética e ideología »
Poitiers, CRLA-Archivos, 17-19 de octubre de 2007
Maison des Sciences de l’Homme et de la Société – Université de Poitiers

“È meticcio il volto del popolo brasiliano ed è meticcia la sua cultura” (Amado, 2006: 132). La frase iniziale di La vita popolare a Bahia, il primo libro di Pedro Archanjo, è anche la sua parola d’ordine, la sua verità. Sua e del suo autore, Jorge Amado. Infatti Pedro Archanjo, oltre ad essere un ottimo etnologo, è anche e soprattutto l’eroe protagonista del romanzo La Bottega dei Miracoli, scritto nel 1969 dal romanziere baiano, che per questo suo “figlio” nutriva una predilezione particolare.

Leggendo i romanzi di Jorge Amado, ciò che principalmente mi ha colpito e ha risvegliato la mia curiosità è stato, oltre alla meravigliosa vitalità dei suoi personaggi, la visione ottimistica circa la mescolanza, biologica e culturale, che questo autore inserisce sempre nelle sue narrazioni. Sebbene siano molti gli autori di romanzi brasiliani che nelle proprie opere hanno dedicato un ruolo centrale al fenomeno del meticciato e dei sincretismi religiosi[1], è innegabile che la letteratura di Jorge Amado abbia contribuito in modo particolare alla formazione di una peculiare visione del Brasile e dei brasiliani, sia all’interno del Paese sia nel mondo intero. Jorge Amado è, sicuramente, “qualcuno che contribuisce a plasmare il volto stesso del suo popolo” (De Franceschi: 8); attualmente è opinione diffusa che i libri di questo autore, tradotti e apprezzati in più di 40 paesi, offrano a innumerevoli lettori nel mondo una rappresentazione della “baianità” -e quindi, come vedremo, del meticciato- elevata a simbolo della nazionalità brasiliana.

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ÀBÍKÚ

Questo testo è di Ìyá Sandra Medeiros Epega
www.sandraepega.com.br

(la traduzione l’ho fatta, informalmente, io.
Sperando che all’Autrice non dispiaccia)

 Àbíkú – la parola dice già tutto

                          A=Noi
                                   BI=nascere
                                                     KU=Morire
                                                                (noi siamo stati concepiti per morire)

Nell’Orun, un mondo parallelo che ci circonda, in cui vivono Dei e Antenati, parola che si può tradurre con Cielo, vive un gruppo di bambini chiamato Egbe Orun Abiku: i bambini che nascono per morire in un breve periodo di tempo, provocando grande sofferenza nelle loro famiglie (…)

La permanenza degli Abiku o Emere è condizionata da un patto che stipulano con Onibode Orun, il portiere del Cielo, al momento di scendere nell’Aiye (la Terra).

Questo patto viene rigorosamente rispettato dagli Abiku, e un bimbo il cui accordo fosse quello di non nascere, realmente non nascerà, un altro che abbia stabilito di fare ritorno al momento dell’eruzione del suo primo dente, morirà subito, per incidente o malattia, giorni o ore dopo la comparsa di tale dentino.
Quando un bambino Abiku nasce, il suo amichetto, ovvero il suo compagno più prossimo nell’Orun, inizierà a intervenire nella sua vita, tormentandolo, comparendogli in sogno, di modo che non dimentichi i suoi amici nell’Orun e torni rapidamente da loro, appena avrà portato a termine quanto stabilito dal patto.

Gli Itan Ifá (racconti mitici della Tradizione Orale Yoruba) ci riferiscono di varie storie di Abiku, tra questi ad esempio i seguenti odú: Odi, Obara, Ejiogbe, Irete-Irosun, Otura-Rete, Iwori-Wosa.
(…)
La prima volta che gli Abiku vennero sulla Terra, erano un gruppo di 280, guidati da Alawaiye, re di Awaiye e loro capo nell’Orun. Venendo verso la Terra, tutti si fermarono alle porte del Cielo e strinsero vari patti. Essi sarebbero tornati nell’Orun non appena:
-avessero visto per la prima volta il viso di loro madre
-si fossero sposati
-avessero compiuto sette anni di vita
-avessero avuto un fratello
-avessero costruito una casa
-avessero imparato a camminare
E nessuno di loro voleva accettare l’amore dei propri genitori, e doni e affetto sarebbero stati insufficienti a trattenerli sulla Terra, e forse alcuni neppure arrivarono a nascere. I membri di questa prima leva di bambini Abiku stabilirono tra loro anche abiti, rituali, cappelli e turbanti, tinti di òsun che avrebbero avuto il valore simboico di 1.400 cauri e, se i loro genitori avessero saputo indovinare quali fossero tali abiti e oggetti e li avessero offerti loro, avrebbero potuto trattenerli sulla Terra.
Gli abiti avrebbero dovuto essere appesi ai rami degli alberi del Bosco Sacro degli Abiku, a Awaiye, e i loro genitori avrebbero dovuto dare annualmente una festa, con tamburi e cantiche, per rallegrare gli Abiku, che sarebbero stati dipinti con l’òsun, non sarebbero più tornati all’Orun, spezzando così il patto e il loro vincolo con la Società degli Abiku del Cielo.
Òrúnmìlà racconta altre storie su bambini che, dopo essere andati e venuti varie volte tra il Cielo e la Terra, poterono essere tenuti in vita, poiché i loro genitori avevano consultato l’oracolo di Ifá e fatto le offerte stabilite da Òrúnmìlà, scambiando il loro nome o aggiungendone uno che li facesse desistere dal morire nuovamente, usando foglie sacre per frizionare i loro corpicini, per allontanare gli altri compagni Abiku, mettendo alle loro caviglie uno Sawooro (sonaglino), facendo delle piccole incisioni sui loro corpi e inserendovi quindi la polvere nera ottenuta da una miscela di foglie, e riempiendo con questa stessa polvere un amuleto di pelle a forma di piccola borsa, chiamato Óndè, da legare alla vita del bambino. Alcuni Abiku devono anche indossare alle caviglie pesanti bracciali e catene che non li lasciano fuggire nell’Orun.
(…) Tali offerte avrebbero dato la possibilità ai genitori di trattenere i loro figli sulla Terra, e questi non sarebbero più morti.

Nei paesi di origine degli Yoruba, una madre che perde vari figli prima o dopo la loro nascita, per morte violenta, improvvisa o inesplicabile, va in cerca di un Babalawo (un sacerdote indovino) e scopre di essere madre di un bambino Abiku, che può nascere e morire innumerevoli volte, impedendole inoltre di avere figli normali. Il Babalawo indica la necessità di fare un Ebo (una offerta propiziatoria), di usare foglie particolari, procedimenti che servono per allontanare l‘Abiku, se i figli della donna sono morti, e perché questa possa generare bambini perfetti. Oppure per trattenere il bimbo sulla Terra e spezzare il suo vincolo con il Cielo, mantenendolo in vita. Fino a che il bambino avrà compiuto nove anni, in prossimità della data del suo compleanno, saranno fatte determinate offerte, che potranno essere ripetute fino al compimento del diciannovesimo anno. Il bambino dovrà usare abiti particolari, con decorazioni e colori specifici, il suo nome deve essere cambiato o se ne deve aggiungere un altro, che scoraggi il suo ritorno all’Orun (il Cielo).
(…)