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Intervista per FSNews Radio

Ascolta l’intervista di Aldo Massimi sulla mia traduzione del romanzo La legge del perdono, di Ademir Barbosa Júnior (Edizioni Spazio Interiore).

Trovi il podcast qui: https://www.fsnews.it/it/fs-news-radio/podcast-wall/podcast.html?category=cultura&id=409b843a-7d06-4bd9-9db5-509d07336f51

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Congresso Internazionale della Paura

Per il momento non canteremo dell’amore,
che si è rifugiato più in basso dei sotterranei.
Canteremo della paura, che sterilizza gli abbracci,
non canteremo dell’odio perché non è lui a esistere,
quello che esiste è la paura, nostra madre e nostra compagna,
la paura immensa delle vastità, dei mari, dei deserti,
la paura dei soldati, la paura delle madri, la paura delle chiese,
canteremo della paura dei dittatori, della paura dei democratici,
canteremo della paura della morte e della paura di ciò che c’è dopo,
e dopo moriremo di paura
e sulle nostre tombe nasceranno fiori gialli e impauriti.

(traduzione mia)


https://youtu.be/0HT62YA7Dyw

Congresso Internacional do Medo

Provisoriamente não cantaremos o amor,
que se refugiou mais abaixo dos subterrâneos.
Cantaremos o medo, que esteriliza os abraços,
não cantaremos o ódio porque esse não existe,
existe apenas o medo, nosso pai e nosso companheiro,
o medo grande dos sertões, dos mares, dos desertos,
o medo dos soldados, o medo das mães, o medo das igrejas,
cantaremos o medo dos ditadores, o medo dos democratas,
cantaremos o medo da morte e o medo de depois da morte,
depois morreremos de medo
e sobre nossos túmulos nascerão flores amarelas e medrosas.

ANDRADE, C.D. Antologia Poética. 12ª edição. Rio de Janeiro: José Olympio. 1978. p. 108 e 109.

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Chuva de pétalas, Carybé e Santa Barbara, quella dei Fulmini

Il 2 novembre 1996 è stata per me una data importante e ne ho già accennato, mi pare nel mio profilo Instagram. Mi trovavo a Salvador, Bahia per la mia ricerca e, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, quel giorno sono finalmente riuscita a incontrare e intervistare il pittore e scultore Héctor Julio Páride Bernabó, meglio noto come Carybé, che mi ha ricevuto a casa sua, nel quartiere di Brotas.

Oltre ad essere per me un personaggio mitico, Carybé si è rivelato estremamente accogliente, gentile e simpaticissimo (e credo di essergli rimasta simpatica anche io perché, qualche settimana dopo, vedendomi a un convegno, non solo mi ha riconosciuta ma mi è venuto incontro, salutandomi con affetto… che momenti di gloria!!).

Ero talmente emozionata per quell’incontro che ricordo a malapena una scala da scendere, un cortile, molti azulejos e opere d’arte e poi… l’atelier. Il famoso ateliê de Carybé. E io lì, con lui, a chiacchierare, proprio nello stesso luogo in cui Jorge Amado fa trascorrere la prima notte dopo la sua fuga alla “statua” di Santa Barbara/Yansã, nel romanzo O sumiço da santa: una historia de feitiçaria (in italiano: Santa Barbara dei Fulmini. Una storia di stregoneria, nella traduzione di Elena Grechi per Garzanti).

Ricordo inoltre, con irrimediabile rammarico, che avevamo fatto anche alcune foto insieme, purtroppo scattate con la macchina fotografica di una persona con cui ho (gioiosamente) interrotto ogni rapporto da molti anni. Quelle foto, che non mi ha mai dato, sono l’unica cosa di lei che rimpiango.

Per tornare alle cose belle, quel giorno ho scoperto anche una bellissima tradizione legata al 2 novembre, Dia dos Finados: affiancando in autobus il cimitero Jardim da Saudade, che si trova vicino alla casa di Carybé, ho potuto vedere che era frequentato da tantissime persone e, soprattutto, che le lapidi e il terreno erano completamente cosparsi di petali di fiori. Infatti, in Brasile il giorno dei morti è, ancora oggi, festività nazionale ed è tradizione celebrare il ricordo dei defunti nel modo meno triste possibile, concentrandosi sui bei momenti trascorsi insieme, talvolta con musica e, appunto, con la “Pioggia di petali”, che crea davvero un’atmosfera dolce e serena in cui ricordare i propri cari.

Ora, visto che la mia memoria difetta, mi affido direttamente Jorge Amado, che di Carybé era amico (“quasi un fratello”, nelle parole di Zélia Gattai, sua moglie) per la gustosissima descrizione dalla casa del meraviglioso artista e dei suoi legami con il mondo del candomblé, per chiudere con l’episodio in cui Santa Barbara, quella dei Fulmini, si è rifugiata nel suo atelier per trascorrere la notte.

A mansão de Carybé, em Boa Vista de Brotas, mais parece um museu, tal a natureza e a categoria do que nela se encontra à mostra. Basta lembrar o retábulo espanhol, seiscentista, que ocupa toda uma parede da sala de visitas. (…) A cariátide grega, obtida do colecionador paulista João Agripino Dória, em troca de um óleo e três aguadas de autoria do dono da casa, e o São Jorge croata, escultura em granito, peças monumentais que se encontram no ateliê. Na sala de jantar, três ex-votos pintados por Toilete de Flora em meados do século passado, e os ícones: o russo, o macedônio e o búlgaro, sendo este último um original do pintor de ícones Krastu Zakhariev, de Triavna, datado de 1824: São Jorge e São Dimitri, juntos, em tons vermelhos, brancos e dourados. Como vieram esses vetustos santos ortodoxos, de tão distante pátrias, bens inexportáveis, parar no bairro de Brotas, na Bahia? Fica a pergunta sem resposta (…)

Mais tarde, pela madrugada, Pergentino Quarta-Série penetrou no jardim da casa e forçou a porta do ateliê de Carybé, Pretendia se apossar da fortuna do oriente (…) Empolgado com o tesouro de Ali Babá, não levara em conta outra informação (…) e se deu mal: presidente do axé do Opô Afonjá, o candomblé de mãe Aninha e de mãe Senhora, as singulares, dos babalaôs Martiniano Eliseu do Bonfim, Edison Carneiro e Pierre Fatumbi Verger, os sapientes -saravà!-, Carybé é um dos doze obás da Bahia, chama-se Obá Onã Xocun, no terreiro senta-se ao lado direito de mãe Stela de Oxóssi, a iyalorixá.

Os olhos habituados a enxergar na escuridão, necessidade do ofício, o intendido visitante vislumbrou o vulto de uma negra nua adormecida sobre o banco de madeira. Pé ante pé acercou-se: escultural! Pareceu-lhe uma deusa mas não reconheceu Oyá-Yansã – como havia de imaginar? Ao ritmo da respiração, as tetas incautas estremeciam e a bunda soberana sobrava dos limites assaz largos do leito improvisado, bunda para ensandecer qualquer mortal: Quarta-Série ensandeceu, nunca vira tal munificência.

(La traduzione in italiano di questi brani si trova da pagina 94 a pagina 97 dell’edizione Garzanti del 1997).

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Un grande letto d’amore

Il dibattito sul razzismo è, purtroppo, sempre vivace. Le recenti involuzioni politiche e sociali a cui assistiamo in tutto il mondo hanno -malauguratamente- inasprito le posizioni, rendendo sempre più difficile trovare una via d’uscita praticabile. Per contribuire a ricordare che -in effetti- strade percorribili esistono, ho deciso di riprendere un mio vecchio articolo, in cui analizzavo il romanzo La bottega dei miracoli, di Jorge Amado (che è, non a caso, uno dei miei autori del cuore) evidenziando come  la sua opera letteraria fosse magistralmente intervenuta sui temi del meticciato e del sincretismo in Brasile, affermando che il Paese aveva trovato una soluzione originale contro il razzismo, basata su quello che l’autore definiva “l’umanesimo brasiliano”, ovvero l’incrocio di sangue, di culture, di religioni.

Eccolo qui:

“Un grande letto d’amore”.
O: il meticciato secondo Jorge Amado

COLOQUIO « Literaturas mestizas. Estética e ideología »
Poitiers, CRLA-Archivos, 17-19 de octubre de 2007
Maison des Sciences de l’Homme et de la Société – Université de Poitiers

“È meticcio il volto del popolo brasiliano ed è meticcia la sua cultura” (Amado, 2006: 132). La frase iniziale di La vita popolare a Bahia, il primo libro di Pedro Archanjo, è anche la sua parola d’ordine, la sua verità. Sua e del suo autore, Jorge Amado. Infatti Pedro Archanjo, oltre ad essere un ottimo etnologo, è anche e soprattutto l’eroe protagonista del romanzo La Bottega dei Miracoli, scritto nel 1969 dal romanziere baiano, che per questo suo “figlio” nutriva una predilezione particolare.

Leggendo i romanzi di Jorge Amado, ciò che principalmente mi ha colpito e ha risvegliato la mia curiosità è stato, oltre alla meravigliosa vitalità dei suoi personaggi, la visione ottimistica circa la mescolanza, biologica e culturale, che questo autore inserisce sempre nelle sue narrazioni. Sebbene siano molti gli autori di romanzi brasiliani che nelle proprie opere hanno dedicato un ruolo centrale al fenomeno del meticciato e dei sincretismi religiosi[1], è innegabile che la letteratura di Jorge Amado abbia contribuito in modo particolare alla formazione di una peculiare visione del Brasile e dei brasiliani, sia all’interno del Paese sia nel mondo intero. Jorge Amado è, sicuramente, “qualcuno che contribuisce a plasmare il volto stesso del suo popolo” (De Franceschi: 8); attualmente è opinione diffusa che i libri di questo autore, tradotti e apprezzati in più di 40 paesi, offrano a innumerevoli lettori nel mondo una rappresentazione della “baianità” -e quindi, come vedremo, del meticciato- elevata a simbolo della nazionalità brasiliana.

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ÀBÍKÚ

Questo testo è di Ìyá Sandra Medeiros Epega
www.sandraepega.com.br

(la traduzione l’ho fatta, informalmente, io.
Sperando che all’Autrice non dispiaccia)

 Àbíkú – la parola dice già tutto

                          A=Noi
                                   BI=nascere
                                                     KU=Morire
                                                                (noi siamo stati concepiti per morire)

Nell’Orun, un mondo parallelo che ci circonda, in cui vivono Dei e Antenati, parola che si può tradurre con Cielo, vive un gruppo di bambini chiamato Egbe Orun Abiku: i bambini che nascono per morire in un breve periodo di tempo, provocando grande sofferenza nelle loro famiglie (…)

La permanenza degli Abiku o Emere è condizionata da un patto che stipulano con Onibode Orun, il portiere del Cielo, al momento di scendere nell’Aiye (la Terra).

Questo patto viene rigorosamente rispettato dagli Abiku, e un bimbo il cui accordo fosse quello di non nascere, realmente non nascerà, un altro che abbia stabilito di fare ritorno al momento dell’eruzione del suo primo dente, morirà subito, per incidente o malattia, giorni o ore dopo la comparsa di tale dentino.
Quando un bambino Abiku nasce, il suo amichetto, ovvero il suo compagno più prossimo nell’Orun, inizierà a intervenire nella sua vita, tormentandolo, comparendogli in sogno, di modo che non dimentichi i suoi amici nell’Orun e torni rapidamente da loro, appena avrà portato a termine quanto stabilito dal patto.

Gli Itan Ifá (racconti mitici della Tradizione Orale Yoruba) ci riferiscono di varie storie di Abiku, tra questi ad esempio i seguenti odú: Odi, Obara, Ejiogbe, Irete-Irosun, Otura-Rete, Iwori-Wosa.
(…)
La prima volta che gli Abiku vennero sulla Terra, erano un gruppo di 280, guidati da Alawaiye, re di Awaiye e loro capo nell’Orun. Venendo verso la Terra, tutti si fermarono alle porte del Cielo e strinsero vari patti. Essi sarebbero tornati nell’Orun non appena:
-avessero visto per la prima volta il viso di loro madre
-si fossero sposati
-avessero compiuto sette anni di vita
-avessero avuto un fratello
-avessero costruito una casa
-avessero imparato a camminare
E nessuno di loro voleva accettare l’amore dei propri genitori, e doni e affetto sarebbero stati insufficienti a trattenerli sulla Terra, e forse alcuni neppure arrivarono a nascere. I membri di questa prima leva di bambini Abiku stabilirono tra loro anche abiti, rituali, cappelli e turbanti, tinti di òsun che avrebbero avuto il valore simboico di 1.400 cauri e, se i loro genitori avessero saputo indovinare quali fossero tali abiti e oggetti e li avessero offerti loro, avrebbero potuto trattenerli sulla Terra.
Gli abiti avrebbero dovuto essere appesi ai rami degli alberi del Bosco Sacro degli Abiku, a Awaiye, e i loro genitori avrebbero dovuto dare annualmente una festa, con tamburi e cantiche, per rallegrare gli Abiku, che sarebbero stati dipinti con l’òsun, non sarebbero più tornati all’Orun, spezzando così il patto e il loro vincolo con la Società degli Abiku del Cielo.
Òrúnmìlà racconta altre storie su bambini che, dopo essere andati e venuti varie volte tra il Cielo e la Terra, poterono essere tenuti in vita, poiché i loro genitori avevano consultato l’oracolo di Ifá e fatto le offerte stabilite da Òrúnmìlà, scambiando il loro nome o aggiungendone uno che li facesse desistere dal morire nuovamente, usando foglie sacre per frizionare i loro corpicini, per allontanare gli altri compagni Abiku, mettendo alle loro caviglie uno Sawooro (sonaglino), facendo delle piccole incisioni sui loro corpi e inserendovi quindi la polvere nera ottenuta da una miscela di foglie, e riempiendo con questa stessa polvere un amuleto di pelle a forma di piccola borsa, chiamato Óndè, da legare alla vita del bambino. Alcuni Abiku devono anche indossare alle caviglie pesanti bracciali e catene che non li lasciano fuggire nell’Orun.
(…) Tali offerte avrebbero dato la possibilità ai genitori di trattenere i loro figli sulla Terra, e questi non sarebbero più morti.

Nei paesi di origine degli Yoruba, una madre che perde vari figli prima o dopo la loro nascita, per morte violenta, improvvisa o inesplicabile, va in cerca di un Babalawo (un sacerdote indovino) e scopre di essere madre di un bambino Abiku, che può nascere e morire innumerevoli volte, impedendole inoltre di avere figli normali. Il Babalawo indica la necessità di fare un Ebo (una offerta propiziatoria), di usare foglie particolari, procedimenti che servono per allontanare l‘Abiku, se i figli della donna sono morti, e perché questa possa generare bambini perfetti. Oppure per trattenere il bimbo sulla Terra e spezzare il suo vincolo con il Cielo, mantenendolo in vita. Fino a che il bambino avrà compiuto nove anni, in prossimità della data del suo compleanno, saranno fatte determinate offerte, che potranno essere ripetute fino al compimento del diciannovesimo anno. Il bambino dovrà usare abiti particolari, con decorazioni e colori specifici, il suo nome deve essere cambiato o se ne deve aggiungere un altro, che scoraggi il suo ritorno all’Orun (il Cielo).
(…)