citazioni, Cultura brasiliana, Poesia, Traduzioni

Congresso Internazionale della Paura

Per il momento non canteremo dell’amore,
che si è rifugiato più in basso dei sotterranei.
Canteremo della paura, che sterilizza gli abbracci,
non canteremo dell’odio perché non è lui a esistere,
quello che esiste è la paura, nostra madre e nostra compagna,
la paura immensa delle vastità, dei mari, dei deserti,
la paura dei soldati, la paura delle madri, la paura delle chiese,
canteremo della paura dei dittatori, della paura dei democratici,
canteremo della paura della morte e della paura di ciò che c’è dopo,
e dopo moriremo di paura
e sulle nostre tombe nasceranno fiori gialli e impauriti.

(traduzione mia)


https://youtu.be/0HT62YA7Dyw

Congresso Internacional do Medo

Provisoriamente não cantaremos o amor,
que se refugiou mais abaixo dos subterrâneos.
Cantaremos o medo, que esteriliza os abraços,
não cantaremos o ódio porque esse não existe,
existe apenas o medo, nosso pai e nosso companheiro,
o medo grande dos sertões, dos mares, dos desertos,
o medo dos soldados, o medo das mães, o medo das igrejas,
cantaremos o medo dos ditadores, o medo dos democratas,
cantaremos o medo da morte e o medo de depois da morte,
depois morreremos de medo
e sobre nossos túmulos nascerão flores amarelas e medrosas.

ANDRADE, C.D. Antologia Poética. 12ª edição. Rio de Janeiro: José Olympio. 1978. p. 108 e 109.

Articoli, citazioni, Cultura brasiliana, Jorge Amado, letture, Traduzioni

Chuva de pétalas, Carybé e Santa Barbara, quella dei Fulmini

Il 2 novembre 1996 è stata per me una data importante e ne ho già accennato, mi pare nel mio profilo Instagram. Mi trovavo a Salvador, Bahia per la mia ricerca e, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, quel giorno sono finalmente riuscita a incontrare e intervistare il pittore e scultore Héctor Julio Páride Bernabó, meglio noto come Carybé, che mi ha ricevuto a casa sua, nel quartiere di Brotas.

Oltre ad essere per me un personaggio mitico, Carybé si è rivelato estremamente accogliente, gentile e simpaticissimo (e credo di essergli rimasta simpatica anche io perché, qualche settimana dopo, vedendomi a un convegno, non solo mi ha riconosciuta ma mi è venuto incontro, salutandomi con affetto… che momenti di gloria!!).

Ero talmente emozionata per quell’incontro che ricordo a malapena una scala da scendere, un cortile, molti azulejos e opere d’arte e poi… l’atelier. Il famoso ateliê de Carybé. E io lì, con lui, a chiacchierare, proprio nello stesso luogo in cui Jorge Amado fa trascorrere la prima notte dopo la sua fuga alla “statua” di Santa Barbara/Yansã, nel romanzo O sumiço da santa: una historia de feitiçaria (in italiano: Santa Barbara dei Fulmini. Una storia di stregoneria, nella traduzione di Elena Grechi per Garzanti).

Ricordo inoltre, con irrimediabile rammarico, che avevamo fatto anche alcune foto insieme, purtroppo scattate con la macchina fotografica di una persona con cui ho (gioiosamente) interrotto ogni rapporto da molti anni. Quelle foto, che non mi ha mai dato, sono l’unica cosa di lei che rimpiango.

Per tornare alle cose belle, quel giorno ho scoperto anche una bellissima tradizione legata al 2 novembre, Dia dos Finados: affiancando in autobus il cimitero Jardim da Saudade, che si trova vicino alla casa di Carybé, ho potuto vedere che era frequentato da tantissime persone e, soprattutto, che le lapidi e il terreno erano completamente cosparsi di petali di fiori. Infatti, in Brasile il giorno dei morti è, ancora oggi, festività nazionale ed è tradizione celebrare il ricordo dei defunti nel modo meno triste possibile, concentrandosi sui bei momenti trascorsi insieme, talvolta con musica e, appunto, con la “Pioggia di petali”, che crea davvero un’atmosfera dolce e serena in cui ricordare i propri cari.

Ora, visto che la mia memoria difetta, mi affido direttamente Jorge Amado, che di Carybé era amico (“quasi un fratello”, nelle parole di Zélia Gattai, sua moglie) per la gustosissima descrizione dalla casa del meraviglioso artista e dei suoi legami con il mondo del candomblé, per chiudere con l’episodio in cui Santa Barbara, quella dei Fulmini, si è rifugiata nel suo atelier per trascorrere la notte.

A mansão de Carybé, em Boa Vista de Brotas, mais parece um museu, tal a natureza e a categoria do que nela se encontra à mostra. Basta lembrar o retábulo espanhol, seiscentista, que ocupa toda uma parede da sala de visitas. (…) A cariátide grega, obtida do colecionador paulista João Agripino Dória, em troca de um óleo e três aguadas de autoria do dono da casa, e o São Jorge croata, escultura em granito, peças monumentais que se encontram no ateliê. Na sala de jantar, três ex-votos pintados por Toilete de Flora em meados do século passado, e os ícones: o russo, o macedônio e o búlgaro, sendo este último um original do pintor de ícones Krastu Zakhariev, de Triavna, datado de 1824: São Jorge e São Dimitri, juntos, em tons vermelhos, brancos e dourados. Como vieram esses vetustos santos ortodoxos, de tão distante pátrias, bens inexportáveis, parar no bairro de Brotas, na Bahia? Fica a pergunta sem resposta (…)

Mais tarde, pela madrugada, Pergentino Quarta-Série penetrou no jardim da casa e forçou a porta do ateliê de Carybé, Pretendia se apossar da fortuna do oriente (…) Empolgado com o tesouro de Ali Babá, não levara em conta outra informação (…) e se deu mal: presidente do axé do Opô Afonjá, o candomblé de mãe Aninha e de mãe Senhora, as singulares, dos babalaôs Martiniano Eliseu do Bonfim, Edison Carneiro e Pierre Fatumbi Verger, os sapientes -saravà!-, Carybé é um dos doze obás da Bahia, chama-se Obá Onã Xocun, no terreiro senta-se ao lado direito de mãe Stela de Oxóssi, a iyalorixá.

Os olhos habituados a enxergar na escuridão, necessidade do ofício, o intendido visitante vislumbrou o vulto de uma negra nua adormecida sobre o banco de madeira. Pé ante pé acercou-se: escultural! Pareceu-lhe uma deusa mas não reconheceu Oyá-Yansã – como havia de imaginar? Ao ritmo da respiração, as tetas incautas estremeciam e a bunda soberana sobrava dos limites assaz largos do leito improvisado, bunda para ensandecer qualquer mortal: Quarta-Série ensandeceu, nunca vira tal munificência.

(La traduzione in italiano di questi brani si trova da pagina 94 a pagina 97 dell’edizione Garzanti del 1997).

Articoli, Convegni, Cultura brasiliana, immigrazione, letture

La presenza italiana in Brasile, tra “carcamano” e “talian”

Noi italiani, ci piaccia o meno, siamo stati dei grandi migranti. In Brasile le tracce della nostra presenza sono piuttosto radicate, soprattutto in alcune regioni del Paese, il che mi ha sempre incuriosito. Ultimamente sto scoprendo la presenza di molti Tonon, anche prestigiosi, in particolare nello Stato di Santa Catarina e questo, oltre a rendermi ancora più curiosa, ha risvegliato in me il ricordo di una piccola ricerca che avevo fatto per un congresso tenutosi qui a Genova nell’ormai lontano 2006. Erano altri tempi (eravamo felici e non sapevamo di esserlo), ma l’argomento resta attuale e, per me, sempre più stimolante. Spero possa esserlo anche per voi…

XXXVI CONGRESO I.I.L.I. “PALABRAS E IDEAS: IDA Y VUELTA
GENOVA, 26 DE JUNIO–1 DE JULIO DE 2006

L’IMMAGINE DEGLI IMMIGRATI ITALIANI IN BRASILE: DALLA LETTERATURA ALLE TELENOVELAS (TIZIANA TONON)
(© Copyright 2008 University Press – ISBN: 9788835959977)

La presenza italiana ha segnato profondamente la vita sociale e culturale del Brasile fin dall’inizio del fenomeno immigratorio, nel secolo XIX. In questo intervento ci si propone di fare un rapido excursus attraverso la letteratura brasiliana allo scopo di sottolineare come la presenza degli italiani in Brasile ha contribuito alla formazione di un determinato tipo di società.

L’attenzione sarà concentrata prevalentemente su tre opere che individuano diversi momenti storici e diverse circostanze, ovvero: la raccolta di racconti Brás, Bexiga e Barra Funda di Antônio de Alcântara Machado, il romanzo rurale O Quatrilho di José Clemente Pozenato e le memorie di famiglia di Zélia Gattai in Anarquistas, Graças a Deus. Infine, si farà cenno a un fenomeno tipicamente brasiliano, la telenovela, sottolineando come la figura dell’italiano sia presente in questo prodotto televisivo che coinvolge, in una sorta di rituale condiviso quotidianamente, la popolazione dell’intera nazione.

Già a partire dall’epoca imperiale, il Governo brasiliano promosse una politica immigratoria volta al popolamento delle regioni a scarsa densità demografica e alla sostituzione della manodopera schiava in seguito all’abolizione definitiva del sistema schiavista avvenuta nel 1888.

I flussi immigratori italiani in terra brasiliana, il cui momento di massima intensità si è registrato agli inizi del XX secolo, hanno dato luogo a sviluppi eterogenei e non facili da sintetizzare in modo organico. Al tempo della grande emigrazione, l’unità politica italiana era un evento recente e non si era ancora completamente affermata e interiorizzata una coscienza nazionale forte, tanto che come sottolinea Franco Cenni: “c’erano più calabresi, veneti, napoletani o lombardi tra i neo-arrivati che non propriamente italiani. Neppure la lingua, teoricamente comune, li legava (…) dato che tra loro dominavano i dialetti” (216). A questo si deve aggiungere il fatto che l’esperienza immigratoria degli italiani conobbe esiti piuttosto diversificati a seconda delle aree del paese in cui essi si diressero: negli stati di Rio Grande do Sul e di Espírito Santo, zone pioniere in cui si costituirono i primi insediamenti di italiani, si formarono nuclei coloniali di piccoli proprietari dediti all’agricoltura e alla viticoltura; nello stato di São Paulo gli italiani andarono invece prevalentemente a rimpiazzare, come salariati, il lavoro degli schiavi nelle piantagioni di caffè, per passare poi alla mezzadria e divenendo talora proprietari. Molti poi preferirono abbandonare le fazendas per trasferirsi nelle aree urbane, dove si dedicarono al piccolo commercio, lavorarono come carpentieri, muratori, artigiani, o come operai nelle fabbriche, spesso di proprietà di altri italiani- i cosiddetti “conti”- come Matarazzo o Crespi, che avevano saputo distinguersi partecipando attivamente alla corsa all’industrializzazione del Brasile.

Una delle principali caratteristiche che contraddistinguono l’immagine dell’immigrato italiano è la sua determinazione, l’ottimismo e la capacità di non risparmiarsi nell’affrontare il lavoro: “lavoratore, ingegnoso, ambizioso, perseverante” erano e sono, nell’immaginario collettivo, esattamente le caratteristiche dell’immigrato italiano che, spinto dal desiderio di “fare la ‘Merica”, incarna il tipo umano del “lavoratore” definito da Sérgio Buarque de Holanda: capace di aspettare con pazienza e caparbietà i frutti della propria fatica (44). Queste qualità andarono inizialmente a soddisfare le esigenze specifiche del paese di adozione, dal momento che l’esperienza schiavista aveva lasciato, nella cultura nazionale brasiliana, una pesante eredità: il lavoro, in particolare quello manuale, era associato alla negazione della libertà e, quindi, connotato negativamente come segno di inferiorità sociale. La necessità del governo era, pertanto, quella di rivitalizzare la popolazione con elementi che riconoscessero nel lavoro la possibilità di una vita migliore e di inserimento nella società. Gli italiani si adattarono in pieno alla situazione, tanto che successivamente l’ambizione e la quasi aggressività dell’italiano di successo si trasformarono in stereotipi dei quali troviamo, in letteratura, varie testimonianze.

Iniziamo a verificarlo prendendo in esame Brás, Bexiga e Barra Funda – Notícias de São Paulo di Antônio de Alcântara Machado, raccolta di racconti pubblicata nel 1927 che, secondo l’autore stesso, “não nasceu livro: nasceu jornal. Estes contos não nasceram contos: nasceram notícias” (21). Si tratta, in effetti, di una vera e propria galleria di istantanee che ritraggono personaggi e scorci della São Paulo del primo ventennio del Novecento, momento in cui la città stava affrontando una profonda trasformazione in senso industriale. Tali trasformazioni avvenivano in particolare nei quartieri che danno il titolo al libro, tradizionalmente occupati dagli italo-brasiliani, di cui Alcântara Machado ci parla attraverso una registrazione fedele dei loro tratti linguistici e comportamentali. I suoi racconti ci immettono direttamente nel mondo dei quartieri italo-paulisti attraverso flash di taglio quasi cinematografico, con brevi pennellate e dialoghi che riproducono spesso la parlata tipica, un misto di italiano e portoghese, proprio di questi personaggi.

L’opera nasce, come osserva Rubens Ricupero (140), dall’incontro di due fenomeni coevi: uno, di carattere sociologico, è costituito dall’emergere della generazione dei figli di immigrati, i quali, meno intimoriti dalla nuova realtà rispetto ai propri genitori e incoraggiati dall’espansione economica e industriale, cercano tenacemente di aprirsi un loro spazio nella società di adozione; l’altro fenomeno, culturale, è rappresentato dalla Semana de Arte Moderna realizzata a São Paulo nel 1922, evento che sancisce la nascita ufficiale della Rivoluzione Modernista i cui autori perseguivano –tra l’altro- l’introduzione di temi legati al quotidiano, con un’attenzione maggiore verso la realtà sociale brasiliana. Nell’intento di archiviare la letteratura tradizionale, considerata troppo lontana dalla vita reale, essi cercavano un avvicinamento tra la lingua scritta e quella parlata, valorizzando il livello colloquiale, quotidiano. Malgrado tali premesse, la letteratura di quegli anni non riserva uno spazio corrispondente alla considerevole presenza di immigrati italiani nella società paulista degli anni Venti. Gli intellettuali modernisti si limitano a qualche nota isolata che fa riferimento all’elemento italiano: alcuni accenni alla caratteristica parlata italo-portoghese, alle “italianinhas”, al figlio dell’immigrante arricchito (come, ad esempio, nelle poesie di Mário de Andrade in Paulicéia Desvairada), dimostrandosi nel complesso piuttosto diffidenti, se non ostili, nei confronti di un fenomeno che appare loro come minaccioso nel senso della possibile dissoluzione dell’autentica cultura nazionale. Inoltre, come già detto, in quell’epoca gli italo-brasiliani erano decisamente -quasi aggressivamente- intenzionati a ben inserirsi nella nuova società e rappresentavano in effetti un pericolo se si considera che, alla loro mobilità in senso ascendente, corrispondeva quella in senso inverso dei ceti medi della società brasiliana (Hohlfeldt, “Cultura italiana” 363).

I racconti di Alcântara Machado rappresentano quindi un’eccezione nel panorama letterario del periodo, dal momento che la comunità italo-paulista ne è assoluta protagonista; tuttavia i loro personaggi, pur non essendo mai esplicitamente giudicati o censurati, sono spesso ritratti in modo quasi caricaturale, esasperando, come sottolinea Luciana Stegagno Picchio: “quei difetti-virtù nazionali che il repertorio internazionale ha ormai stilizzato. L’italiano di Alcântara Machado è il furbastro piccolo commerciante della nuova borghesia paulista, il figlio del ‘carcamano’, l’uomo senza scrupoli che ‘carca la mano’ sulla bilancia per alterare il peso” (457).

L’ascesa sociale dell’immigrante è uno dei nuclei tematici della raccolta, espresso in particolare in due racconti della raccolta. In Armazém Progresso de São Paulo (52-55), il commerciante Natale Pienotto e la moglie Bianca incarnano perfettamente lo stereotipo appena descritto: “o Natale não despregava do balcão de madrugada a madrugada. Trabalhava como um danado. E Dona Bianca suando firme na cozinha e no bocce”(52). Sono lavoratori instancabili che non dimostrano particolari scrupoli nel trarre profitto dalle circostanze per avvicinarsi sempre più all’acquisto della sospirata villa nell’Avenida Paulista. Il secondo racconto, A Sociedade (36-38), descrive invece con ironia come le questioni di differenza sociale che teoricamente ostacolano il matrimonio tra Teresa Rita, figlia del Conselheiro José Bonifácio de Matos e Arruda, e Adriano, figlio del  “carcamano” arricchito Cav. Uff. Salvatore Melli, siano superate con facilità nel momento in cui tale matrimonio viene a suggellare la feconda unione tra l’aristocrazia paulista in declino e il “Capitale” italiano. Altri racconti, come Tiro de Guerra N° 35 (30-33) e Nacionalidade (56-58) testimoniano il desiderio di integrazione nella nuova terra espresso anche attraverso il sorgere dell’affermazione di un senso di “brasilianità” negli italo- paulisti. E altrove, come in Corínthians (2) vs Palestra (1) (42-45) si fa cenno al calcio, un altro importante contributo degli italiani alla vita brasiliana. La “Sociedade Esportiva Palestra Itália”, una delle squadre in campo per la partita che fa da sfondo al racconto, fu fondata nel 1914 proprio dalla colonia italiana e oggi è meglio nota con il nome di “Palmeiras”, assunto a causa delle condizioni createsi durante la Seconda Guerra Mondiale (Cenni 303).

Il secondo libro preso in esame è il romanzo rurale O Quatrilho di José Clemente Pozenato, del 1985, ambientato nel mondo coloniale italiano dello Stato del Rio Grande do Sul. L’autore è discendente di italiani, ma il suo contatto con la cultura originaria è stato tardivo. Come riferisce Pozenato stesso (“Uma História de Brasil” 113), il padre, nella sua intenzione di integrarsi totalmente, decise di allontanarsi dalla zona coloniale, di cambiare il proprio nome da Girolamo in Jerônimo, di dare ai propri figli nomi tratti dai protagonisti della storia del Brasile evitando di usare i nomi tradizionali della famiglia. Inoltre, non pronunciò mai alla presenza dei figli una sola parola in veneto, insistendo anzi perché questi parlassero un buon brasiliano, senza inflessioni “da gringo”. Solo in età adulta, come sacerdote e professore nella regione coloniale italiana, Pozenato si è lasciato avvicinare da una cultura che tuttavia confessa di non sentire come totalmente sua .

Il “quadriglio”, che dà il titolo al libro, è un gioco di carte in cui ci si scambia il partner durante la partita e la stessa cosa avviene tra le due coppie protagoniste del romanzo. I coniugi Angelo e Teresa Gardone e Mássimo e Pierina Boschini si trasferiscono in un’unica casa per dividere le spese, fino a che Teresa e Massimo fuggono insieme; Angelo e Pierina finiscono allora per costituirsi una nuova famiglia, sfidando a loro volta il giudizio della comunità, in particolare quello del parroco. In ogni caso, al di là della vicenda amorosa, l’interesse del romanzo risiede nella rappresentazione del modo di vivere di queste nuove comunità di italo-brasiliani: Pozenato descrive minuziosamente i cibi, l’arredamento delle case, i modi di vestire, i duri ritmi di lavoro e le abitudini per passare il (poco) tempo libero. E, elemento interessante, il racconto è inframmezzato da espressioni in dialetto veneto. Infatti, la maggior parte degli italiani che si stabilirono nel rio Grande do Sul come coloni erano di origine veneta e ricordiamo che ancora oggi la loro eredità è molto forte in queste zone del Brasile, dove il dialetto veneto ha dato origine al “talian”: “una forma linguistica costituita dal veneto, filtrato attraverso tanti altri dialetti portati dagli immigrati italiani nel Rio Grande do Sul a cui si sono aggiunte alcune parole portoghesi e talune alterazioni fonetiche” (Hohlfeldt, “La letteratura” 206-207).

Il “talian” è anche lingua letteraria, citiamo solo due esempi: la Vita e Stória de Nanetto Pipetta, Nassuo in Italia e Vegnudo in Mérica per Catare la Cucagna di Padre Aquiles Bernardi, e l’opera teatrale De Lá del Mar, della compagnia Míseri Colóni di Caxias do Sul, rappresentata con successo anche in Italia nel 1998.

Infine, torniamo all’ambiente urbano per prendere rapidamente in considerazione Anarquistas, Graças a Deus,ovvero le memorie d’infanzia di Zélia Gattai, figlia di immigrati italiani che, nel racontare la storia “simile ma completamente differente…” (Gattai 265) delle famiglie dei suoi genitori ci permette di mettere a fuoco altri aspetti delle vicende degli italiani sbarcati in Brasile. I nonni materni dell’autrice, i veneti e cattolici Da Col, facevano parte di quelle numerose famiglie italiane che si erano dirette in Brasile per lavorare come salariati in una fazenda di caffé nell’interno dello stato di São Paulo. I rapporti tra i fazendeiros e i nuovi lavoratori, tuttavia, non furono facili e molti conflitti furono generati dal fatto che i produttori di caffé imponevano ritmi di lavoro e condizioni simili a quelle del regime schiavista. Come racconta il nonno Eugênio Da Col: “A escravidão já fora abolida no Brasil, havia tempos, mas nas fazendas de café seu ranço perdurava” (267). Come molti altri, i Da Col lasciarono la fazenda e si diressero verso la capitale dello Stato, dove il capofamiglia trovò impiego come carpentiere nell’impresa di un connazionale, amico d’infanzia, che aveva fatto fortuna. Se i Da Col testimoniano l’esperienza di molti che erano partiti in cerca di migliori condizioni economiche, il racconto delle vicende dei Gattai informa circa un altro interessante aspetto dell’esperienza italiana in Brasile, ovvero l’esperimento anarchico della Colônia Cecília. Nel febbraio del 1890 circa 150 idealisti, tra cui appunto Francesco Arnaldo Gattai con la moglie e cinque figli, si imbarcarono dal porto di Genova per aderire al sogno di Giovanni Rossi di fondare una colonia sperimentale socialista nel Paraná, dove l’imperatore brasiliano D. Pedro II, appoggiando il progetto, aveva concesso 300 ettari di terreno. Purtroppo l’esperimento fallì nel giro di quattro anni, complice anche il fatto che pochi mesi prima della partenza dei 150 pionieri D. Pedro II era stato deposto e in Brasile era stata proclamata la Repubblica, il cui governo si rivelò molto meno bendisposto nei confronti della Colônia Cecília, nel timore che le idee anarchiche potessero espandersi nel paese. La famiglia Gattai, tuttavia, lasciò la colonia dopo due anni, per trasferirsi a São Paulo, dove appunto la loro storia si incrocia con quella dei Da Col.

Nelle pagine di questo libro, Zélia Gattai riesce -attraverso i suoi ricordi di bambina- a ricreare un mondo, descrivendo in modo semplice e coinvolgente il quotidiano dei discendenti di italiani nella São Paulo di inizio Novecento e l’importanza della loro partecipazione allo sviluppo del Paese di adozione.

La scelta è andata nello specifico a questi tre testi perché, oltre a fotografare alcuni dei differenti aspetti che hanno contraddistinto le vicende degli italiani immigrati in Brasile, sono stati oggetto di traduzioni e di trasposizioni televisive o cinematografiche, veicoli che hanno permesso a queste storie di compiere il percorso inverso rispetto ai loro protagonisti e, riattraversando l’Oceano, di raggiungere il pubblico italiano. Brás, Bexiga e Barra Funda è uscito in Italia a cura di Giuliano Macchi nel 1981 con il titolo Notizie di São Paulo. RaccontiO Quatrilho di Pozenato è diventato un film per il cinema, sotto la regia di Fábio Barreto, distribuito anche in Italia nel 1995 e candidato all’Oscar nel 1996 nella categoria di miglior film straniero. Anche il libro di Zélia Gattai è stato tradotto in italiano nel 1983 e inoltre, nel 1984, è stato trasposto in miniserie televisiva dall’emittente brasiliana Rede Globo, successivamente trasmessa anche in Italia dal canale TMC.

Ma non è soltanto con Anarquistas, Graças a Deus che la figura dell’italiano viene trasposta nelle produzioni televisive brasiliane: essa fa la sua comparsa anche nelle telenovelas. La telenovela brasiliana è un prodotto peculiare, uno dei più importanti dell’industria culturale del paese e, dopo più di cinquant’anni di vita (la prima telenovelaSua Vida me Pertence, è stata trasmessa nel 1951), è ancora campionessa di ascolti in Brasile, superata solo ogni quattro anni dalle partite di calcio della Coppa del Mondo (Alencar 120).

Una delle caratteristiche distintive della telenovela brasiliana, che ne ha segnato la grande fortuna presso il pubblico, è quella di essere un prodotto molto attento nel raccontare i molteplici aspetti della realtà nazionale. A partire dalla fine degli anni Sessanta, infatti, si abbandonò lo stile cosiddetto “cubano-messicano” delle novelas, contraddistinto dal tono esasperatamente melodrammatico e da personaggi e ambienti estranei alla realtà, per avvicinarsi sempre più alla vita quotidiana del paese, in un processo definito appunto di “brasilianizzazione” del genere.

Come si è visto, i discendenti di italiani costituiscono una buona parte della popolazione del Brasile, pertanto rappresentano un soggetto che non può essere trascurato da questo tipo di produzione. E si tratta in realtà di una presenza costante, a partire da Nino, o italianinho (Rede Tupì, 1969-1970), che rappresenta il prototipo dell’ ”italiano brava gente”, passando per le tipiche mamme italiane iperprotettive e ottime cuoche di Pão pão, beijo beijo (Globo, 1983) e Vereda Tropical (Globo, 1984-85), fino alle due famiglie italiane rivali in O Rei do Gado (Globo 1996-97), per citare solo alcuni esempi.

Il caso più rilevante che testimonia tale presenza è costituito dalla superproduzione Terra nostra (Globo, 1999-2000), che narra la saga degli immigranti italiani giunti in Brasile in cerca di una vita migliore e la loro partecipazione alla creazione del popolo brasiliano, basandosi su ricerche approfondite svolte dall’autore -Benedito Ruy Barbosa- a sua volta nipote di italiani. Partendo dall’imbarco al porto di Genova (documentato da scene originali dell’epoca montate con immagini degli attori della novela), la storia segue il tormentato amore dei protagonisti -Giuliana e Matteo- che, separati dal caso al momento dello sbarco, intraprendono percorsi paralleli: lui si reca a lavorare nella fazenda del Signor Gumercindo mentre lei viene accolta da Francesco Magliano, un italiano vecchio amico dei suoi genitori, già ben installato a São Paulo e proprietario di una casa bancaria.

Terra nostra, che è stata trasmessa anche in Italia da Retequattro nel 2000, ha dato impulso in Brasile a un rinnovato interesse per la cultura, la lingua e la cucina italiana: durante la programmazione della telenovela, oltre ad essere entrate nel linguaggio quotidiano espressioni italiane come ad esempio: “Benedetto!”, “Caspita”, “Amore mio”,  si sono intensificate le iscrizioni ai corsi di lingua italiana, i programmi televisivi e le riviste dedicate alla cucina italiana. Addirittura è stata lanciata sul mercato la marca di pasta “Terra Nostra” (Alencar 99-100).

Per concludere, possiamo dire che la figura dell’italiano, presente in maniera tanto marcata nella vita del Brasile, sia che lo si voglia rappresentare in maniera caricaturale, sia che venga contestualizzato in un ambito più serio, costituisce ormai un cliché e per questo motivo risulta essere quasi imprescindibile.

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Convegni, fiere, frustrazioni, Traduzioni

Riflessioni -amarognole- di una traduttrice che non (si) sa vendere

Traduco per svariati motivi, in primo luogo perché adoro farlo e, devo dire, so bene di essere fortunata a poter coniugare lavoro e passione nella stessa attività. Sono ancora più fortunata perché, pur prediligendo la letteratura e l’antropologia, riesco a trovare stimolanti tutti i testi da tradurre: dal certificato di nascita al manuale di istruzioni per un tosa cammelli, dalla normativa di sicurezza di una piattaforma petrolifera al comunicato stampa di una famosa casa automobilistica. Dal saggio di sociologia, al romanzo per preadolescenti, al racconto dell’orrore (). C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, io poi sono curiosa… e puntigliosa. Quindi le soddisfazioni non mi mancano mai.
Un altro degli aspetti che trovo impagabili della mia professione è, indubbiamente, il fatto che -spesso- è sufficiente lavorare bene, fornire un prodotto accurato e preciso, rispettando i tempi stabiliti, per ottenere buoni risultati. In sintesi, non serve avere particolari doti da venditore. Una volta superata la prova di traduzione o approvato il preventivo, il lavoro è tuo e puoi startene nel tuo bell’angolino a fare (bene) quello che ti piace.
Perché le doti del venditore, quelle non le ho proprio. Non lo so fare, mi mette a disagio.
Però è vero che, soprattutto per quanto riguarda la traduzione editoriale, se un editore non sa della tua esistenza non ti affiderà mai un lavoro… e se una volta era sufficiente prendersi la briga di scrivere una lettera e andare alle Poste per spedirla, oggi, con i miliardi di e-mail che si scrivono e inviano alla velocità della luce, il contatto scritto non dà più garanzia che la tua proposta sarà letta.
E allora che si fa? Si va alle Fiere del libro a cercare di conoscere e di farsi conoscere. Con il risultato, almeno per quanto riguarda me, di tornare a casa carica di libri (quelli sono irresistibili!) ma con la sgradevole sensazione di essere svuotata, anche più svuotata del tuo portafogli.
Sì, perché non è così semplice come potrebbe sembrare: almeno per una come me, che non è mai stata predisposta alle vendite porta a porta, è decisamente avvilente sentirsi come se stesse elemosinando e disturbando le persone che invece stanno lavorando sul serio. Non tutti ti accolgono così (sempre troppi, però!), per fortuna molti editori ascoltano con gentilezza, alcuni addirittura manifestano interesse, ma il sotto-testo è sempre un po’ quello, che mi fa sentire come immagino si senta un addetto del call center quando ti chiama per offrirti una promozione che non ti interessa. E proprio mentre stai cenando!
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Un grande letto d’amore

Il dibattito sul razzismo è, purtroppo, sempre vivace. Le recenti involuzioni politiche e sociali a cui assistiamo in tutto il mondo hanno -malauguratamente- inasprito le posizioni, rendendo sempre più difficile trovare una via d’uscita praticabile. Per contribuire a ricordare che -in effetti- strade percorribili esistono, ho deciso di riprendere un mio vecchio articolo, in cui analizzavo il romanzo La bottega dei miracoli, di Jorge Amado (che è, non a caso, uno dei miei autori del cuore) evidenziando come  la sua opera letteraria fosse magistralmente intervenuta sui temi del meticciato e del sincretismo in Brasile, affermando che il Paese aveva trovato una soluzione originale contro il razzismo, basata su quello che l’autore definiva “l’umanesimo brasiliano”, ovvero l’incrocio di sangue, di culture, di religioni.

Eccolo qui:

“Un grande letto d’amore”.
O: il meticciato secondo Jorge Amado

COLOQUIO « Literaturas mestizas. Estética e ideología »
Poitiers, CRLA-Archivos, 17-19 de octubre de 2007
Maison des Sciences de l’Homme et de la Société – Université de Poitiers

“È meticcio il volto del popolo brasiliano ed è meticcia la sua cultura” (Amado, 2006: 132). La frase iniziale di La vita popolare a Bahia, il primo libro di Pedro Archanjo, è anche la sua parola d’ordine, la sua verità. Sua e del suo autore, Jorge Amado. Infatti Pedro Archanjo, oltre ad essere un ottimo etnologo, è anche e soprattutto l’eroe protagonista del romanzo La Bottega dei Miracoli, scritto nel 1969 dal romanziere baiano, che per questo suo “figlio” nutriva una predilezione particolare.

Leggendo i romanzi di Jorge Amado, ciò che principalmente mi ha colpito e ha risvegliato la mia curiosità è stato, oltre alla meravigliosa vitalità dei suoi personaggi, la visione ottimistica circa la mescolanza, biologica e culturale, che questo autore inserisce sempre nelle sue narrazioni. Sebbene siano molti gli autori di romanzi brasiliani che nelle proprie opere hanno dedicato un ruolo centrale al fenomeno del meticciato e dei sincretismi religiosi[1], è innegabile che la letteratura di Jorge Amado abbia contribuito in modo particolare alla formazione di una peculiare visione del Brasile e dei brasiliani, sia all’interno del Paese sia nel mondo intero. Jorge Amado è, sicuramente, “qualcuno che contribuisce a plasmare il volto stesso del suo popolo” (De Franceschi: 8); attualmente è opinione diffusa che i libri di questo autore, tradotti e apprezzati in più di 40 paesi, offrano a innumerevoli lettori nel mondo una rappresentazione della “baianità” -e quindi, come vedremo, del meticciato- elevata a simbolo della nazionalità brasiliana.

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letture, Recensioni

Una foglia caduta in estate, di Patrizia Ciribé

Sabato 9 febbraio alle ore 16:00, presso lo Spazio Aperto di Via dell’Arco, a Santa Margherita Ligure si terrà la presentazione di Una foglia caduta in estate, terzo romanzo di Patrizia Ciribé, edito da Nulla Die.

Dal momento che mi sono occupata della prima revisione del testo, l’autrice mi ha invitato a leggere alcuni passaggi durante la presentazione, invito che ho accettato con piacere e che mi ha portato a ripensare a quella storia, motivo per cui mi è venuto il desiderio di condividere alcune riflessioni di lettrice.

Perciò, eccole qui:

img_7558La prima cosa che mi viene in mente pensando a questo romanzo è che Una foglia caduta in estate è un libro che mi è entrato dentro.

Invece, è sicuramente più preciso dire che mi è stato “tirato fuori”, nel senso che è andato a toccare delle corde profonde, risvegliando probabilmente ricordi e sensazioni sopiti e creando un vero coinvolgimento nei confronti della vicenda e dei personaggi.

Cominciamo con il dire che l’ambientazione aiuta: la storia di Adolfo/Delfi -il protagonista del romanzo- si svolge prevalentemente nei luoghi in cui io sono nata e cresciuta: tra Santa Margherita Ligure, Camogli, Genova… tuttavia, non è stata la facilità nel riconoscere i luoghi (la descrizione dei luoghi, intendo) a creare quel senso di profonda immedesimazione.

È stata, piuttosto, la sapiente resa -sostenuta da precise scelte linguistiche e di registro- di certe atmosfere stagnanti tipiche della provincia (ebbene sì, anche di quella “chic”), intessute di pregiudizi, timori e inibizioni capaci di far sentire sbagliato chiunque si azzardi a mostrare una qualsiasi ambizione alla crescita, una qualsiasi urgenza di riconoscersi “diverso da”…

Inoltre, la vicenda narrata è avvincente e non banale e riesce a tenere viva l’attenzione del lettore, anche grazie all’alternarsi degli io narranti (ora Delfi, ora il suo compagno Gianfranco), e ai ripetuti flash-back che consentono di ricostruire, via via, la complessa storia (e personalità) del protagonista principale.

Anche la delicatezza e, al tempo stesso, la naturalezza con cui vengono raccontati gli amori (e gli amorazzi, anche) che si dipanano lungo la trama meritano – credo- una menzione: sono storie d’amore, più o meno serie, più o meno fortunate. Punto.

Senza entrare nel dettaglio, per non rovinare la lettura a nessuno, voglio però dire che: se un personaggio riesce a farti arrabbiare al punto che vorresti fargli un discorsetto almeno due o tre volte nel corso della lettura e se – a distanza di un anno da quando hai chiuso il libro- ancora ti capita, passando da alcune zone in cui sono ambientate le scene più importanti del romanzo, di fissare lo sguardo, cercando di scorgere qualcosa… beh, allora il libro ha raggiunto l’obiettivo.

Almeno, per me.

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danza

Improvvisazione, sì o no…

Sabato 22 e domenica 23 settembre scorsi ho partecipato a un laboratorio organizzato da Teatro della Tosse Associazione Arbalete e condotto da Laura Colomban.

Il laboratorio, dal suggestivo titolo di Abitare il corpo, proponeva un’introduzione al Life/Art Process, metodo ideato dalla danzatrice Anna Halprin e “sistematizzato” dalla figlia Daria.IMG_5634

Si tratta di un processo creativo che, attraverso il movimento, la danza, il disegno, il suono corporeo e la scrittura punta a favorire l’ascolto del proprio corpo e l’esplorazione delle proprie urgenze espressive, a livello fisico, emotivo e immaginativo.

Nel corso di queste due, intense e interessanti, giornate abbiamo cercato di dare risposta alle seguenti domande: “Se il mio corpo potesse parlare, oggi, ora, cosa direbbe?” e, il secondo giorno, “Se il mio respiro potesse parlare, cosa mi direbbe?”.

Ecco, tra le altre cose, il mio corpo mi ha spiegato, definitivamente, che:IMG_5458

  • NO: non ho un problema con l’improvvisazione. Il workshop è stato, essenzialmente, una lunga performance in cui ognuno di noi ha affrontato improvvisazioni sonore, danzate, pittoriche, scrittura automatica, composizione di haiku (semplici poesie, secondo la tradizione giapponese), interpretato fisicamente i disegni propri e degli altri partecipanti, interagito creando dialoghi corporei… Per concludere con una carrellata di “assolo”, in cui ciascuno ha rappresentato tutto il lavoro fatto nel corso delle due giornate. E, insomma, è una cosa che posso fare. Con una buona dose di violenza iniziale, lo ammetto, ma posso farlo: non c’è (più) niente a bloccarmi irrimediabilmente stile statua di sale.

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E, tuttavia:

  • SÌ: ho un problema con l’improvvisazione. Nel senso che, semplicemente, non mi piace. O, forse posso dirlo meglio: non è la modalità più adatta a soddisfarmi, a favorire la ricerca, l’introspezione, la scoperta. È un po’ la stessa cosa che mi succede con gli spazi molto ampi (piazze, spiagge, sale prove…): mi fanno sentire a disagio e mi danno un’idea di dispersione, mentre nei locali più raccolti ho l’impressione che l’energia sia più intensa e lo sforzo più produttivo. Allo stesso modo, per quanto paradossale possa sembrare, mi sento molto più a mio agio e libera di esprimermi quando so esattamente cosa devo fare e posso concentrarmi sull’esecuzione. Per me la ripetizione è fondamentale; ad esempio, adoro provare a oltranza e so che, quando il mio corpo ha assimilato la coreografia (o il testo, non cambia), solo allora si è creato lo spazio per inserire l’interpretazione, l’emozione, la soddisfazione. E, pure, trovo assolutamente confortevole e rilassante l’esercizio quotidiano ripetuto, per esempio quello alla sbarra: è come se fosse una forma di meditazione.

Del resto, mi pare di aver capito che questo aspetto del lavoro non sia assente nel metodo Halprin, tanto è vero che parte della prima giornata di workshop è stata dedicata a conoscere alcune sequenze di movimenti organici -focalizzati soprattutto sull’allungamento e la flessibilità della colonna vertebrale- che fanno parte di ciò che la stessa Halprin definisce Movement Ritual, nome la cui suggestione è proprio quella di una ripetizione quotidiana, “rituale” appunto, di questi movimenti.

 

In conclusione: un metodo che non conoscevo e che ho scoperto con piacere, oltre a un bellissimo gruppo di lavoro, grazie al quale è stato possibile affidarsi e sperimentare.  Va detto che Laura Colomban è stata davvero brava, grazie alla sua garbata determinazione, a farci scivolare tutti con naturalezza in ciascuna delle esperienze che ci ha proposto, anche quelle che inizialmente hanno suscitato qualche perplessità o timore.
Infine, non voglio assolutamente trascurare di dare la giusta importanza al Luzzati Lab,  la meravigliosa sala che ha ospitato il laboratorio e ha sicuramente contribuito a creare la giusta atmosfera.

Le bellissime foto sono state scattate da Martina Zappettini (l’effetto Tilt Shift, invece, l’ho aggiunto io).

 

 

notizie, Traduzioni

Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Direttamente da “La giornata del traduttore“, un nuovo post di approfondimento a cura di Doppioverso.
E, con grande piacere, ci sono anche io.

Traduzione, 7 libri per leggere il futuro del nostro mestiere (consigliati da colleghi)

Ogni traduttore è traduttore a suo modo e ha una propria specifica identità,modellata negli anni da specializzazioni che sono frutto di un determinato bagaglio culturale e di inclinazioni e interessi assolutamente personali. Il panorama della traduzione – come ormai ben sa chi opera in questo campo – è quindi tutt’altro che piatto e bidimensionale: ognuno ha un suo modo di intendere il proprio lavoro, di promuovere e incentivare la propria professionalità attraverso la formazione, e fin dai suoi esordi la Giornata del Traduttore ha avuto l’obiettivo di porsi come palcoscenico privilegiato in cui dare espressione a questa caleidoscopica eterogeneità.

Uno dei tratti distintivi di tale evento è da sempre la promozione del “fare rete” e del reciproco arricchimento tra professionisti attraverso il mutuo confronto e il costante scambio di competenze e spunti di riflessione, perché la Giornata non è e non è mai stata un evento frontale, quanto piuttosto un’occasione di incontro da costruire tutti insieme. Nel corso degli anni in cui l’abbiamo frequentata abbiamo avuto l’opportunità di conoscere colleghi validi e di comprovata esperienza, aspiranti di belle speranze e già pieni di consapevolezza, professionisti che avevano allargato le proprie competenze ad altri ambiti trascendendo la propria figura di “traduttore puro” per esplorare con successo altri comparti del lavoro sulla lingua.

Abbiamo pensato quindi di chiedere ad alcuni di questi colleghi quale fosse il libro che più aveva segnato la loro carriera e il loro modo di intendere la professione, e ne è uscito un quadro composito e interessante, che speriamo possa offrire a chi legge utili spunti per ampliare la propria visione del contesto lavorativo in cui ci muoviamo e chissà, magari, visto che siamo alla vigilia della pausa estiva, proporre anche validi consigli di lettura da inserire nella propria wishlist per le vacanze.

“Il libro che ha segnato una svolta nel mio modo di vedere il lavoro di traduttrice freelance è stato The Entrepreneurial linguist – The Business-School approach to freelance translation di Judy e Dagmar Jenner”, racconta Debora Serrentino, specializzata in traduzioni tecniche e creative nei settori enogastronomico e dell’industria alimentare. “Di questo libro mi ha subito attirato il titolo perché non avevo mai pensato di considerare il freelance come un imprenditore, per quanto piccolo. Il libro è dichiaratamente rivolto ai traduttori che vogliono lavorare con i clienti diretti e il primo capitolo spiega molto bene il ‘segreto’ per adottare una mentalità imprenditoriale e iniziare a considerare la propria attività un’azienda a tutti gli effetti; nei capitoli successivi poi vengono spiegati tutti i passi su come gestire ‘un’impresa che funziona’. Le due autrici vedono il cliente diretto come il referente naturale dei traduttori, anche per quelli agli inizi, nonostante questo credo che i consigli su come impostare una collaborazione alla pari, oppure quelli su come gestire la trattativa per l’acquisizione di un progetto o sulla politica dei prezzi, possano essere molto utili anche per chi preferisce lavorare con le agenzie, giusto per ricordare che anche delle agenzie siamo collaboratori e non dipendenti”.

La crucialità dell’ottica imprenditoriale applicata a un lavoro come quello del traduttore, troppo spesso abituato a vedersi riduttivamente come semplice “artigiano della parola”, è al centro anche del libro consigliato da ben due nostre colleghe, la traduttrice editoriale Stefania Marinoni e l’esperta di traduzioni in ambito finanziario e legale Chiara ZanardelliBusiness Guide for Translators, dell’infaticabile traduttrice polacca Marta Stelmaszak. “Se non conoscete ancora Marta Stelmaszak, la Business Guide for Translators è un ottimo modo per entrare nell’“universo di Wantwords” composto, tra le altre cose, da un blog che è ormai una pietra miliare”, commenta Stefania. “Se invece la conoscete già, saprete che è un’autorità in materia: tanto per dirne una, quest’estate è a Harvard per seguire un corso in Innovation (termine caro alla GdTrad16) and Entrepreneurship. Nel corso del libro Marta introduce alcuni concetti fondamentali di marketing ed economia e mostra come applicarli al mondo della traduzione. Non esattamente una lettura da ombrellone ma un testo denso e stimolante, che vi porterà a riflettere sui motivi per cui avete scelto questo lavoro. Consigliato anche e soprattutto a noi traduttori editoriali che, mossi dalla passione, spesso tendiamo a sottovalutare alcuni aspetti del nostro mestiere”. Una lettura trasversale quindi, per chi come noi, conferma Chiara, è “spesso poco incline ad analizzare l’aspetto commerciale del nostro business. In questa guida, Marta Stelmaszak illustra ‘everything you should know about business principles and the laws of the market’, costringendoci di fatto a ragionare come imprenditori di noi stessi e a valutare pragmaticamente il nostro business. Una guida con la giusta dose di teoria e pratica, che consiglio a tutti, indipendentemente dagli anni di esperienza nel settore”.

Sull’importanza del fattore S, vale a dire della padronanza delle regole della scrittura e dell’uso della lingua, anche e soprattutto di arrivo, si concentra invece il testo consigliato da Paola Paris, traduttrice specializzata in traduzioni informatiche, localizzazione software, transcreation dall’inglese all’italiano e DTP, la cui simpatia accompagnata dall’inseparabile macchina fotografica è ormai una costante della GDT: Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada (Apogeo, Maggioli Editore, 2008). “Fin dalla sua prima apparizione di sito/blog questo testo si è rivelato uno strumento affidabile e imprescindibile per tutti coloro che si apprestano a scrivere contenuti per la comunicazione di impresa: white paper, comunicati stampa, presentazioni, brochure, blog ecc. vengono analizzati e presentati con esempi chiari e concreti”, racconta Paola.

Due insoliti e interessanti approcci alla realtà della traduzione letta attraverso il prisma delle proprie specifiche specializzazioni e inclinazioni personali sono infine quelli proposti da altre due colleghe, Elisa Pesce, esperta di internazionalizzazione con particolare riferimento al settore vinicolo, e Tiziana Tonon, ‎traduttrice freelance e antropologa specializzata in tradizioni e culture afro-brasiliane, i cui consigli di lettura si incentrano su libri che solo tangenzialmente toccano il tema della traduzione.

“Per chiunque nutra un minimo interesse per il mondo del vino, The Oxford companion to winedi Jancis Robinson (Oxford University Press) è un must”, spiega Elisa. “Dall’esperto di settore all’appassionato che non si accontenta di una spiegazione all’acqua di rose, questa è la Bibbia in materia di vino, nonché uno dei testi chiave per il Diploma della WSET, esame propedeutico ai corsi per diventare Master of Wine. Formato enciclopedico – in tutti i sensi – un’accuratezza e una semplicità di consultazione difficilmente eguagliabili. Ovvio, un testo così non è aggiornabile molto di frequente, ma i fondamentali sono quello che contano, e nel caso di un traduttore siamo ben oltre il minimo indispensabile se si vuole approfondire la materia. Unico neo: esiste solo in inglese, ma d’altronde questa è l’unica lingua in cui avviene tutto ‘quel che conta’ nel settore, per cui non c’è da stupirsi, e la risorsa è utile più ai fini della comprensione che della traduzione”.

lingua coloraIl testo “cardine” di Tiziana è invece La lingua colora il mondo. Come le parole deformano la realtà di Guy Deutscher (Bollati Boringhieri 2013, traduzione di Enrico Griseri). “Da grande volevo fare l’antropologa”, racconta Tiziana, “poi è successo che sono diventata traduttrice. Questo libro, dedicato alle connessioni esistenti tra linguaggio, cultura e pensiero, tocca due delle mie principali ossessioni – le parole e il genere umano – e, pur non essendo un saggio sulla traduzione, mi pare possa stimolare interessanti riflessioni, in particolare sulle difficoltà di rendere precisamente una ‘realtà’ quando la si trasporta da una lingua a un’altra. Sfidando la concezione dominante, Deutscher intende dimostrare che le differenze culturali hanno profonde ripercussioni sul linguaggio e, addirittura, che la lingua madre può influenzare pensieri e percezioni dei parlanti. E lo fa servendosi di esempi riguardanti la terminologia relativa alla percezione del colore, dell’orientamento spaziale e del genere grammaticale. Il tutto coadiuvato da uno stile scorrevole, direi ‘amichevole’, e per nulla pretenzioso”.

Bonus track, potevano mancare i consigli di lettura delle sottoscritte? Come sapete Chiara, specializzata in giornalismo e saggistica, ha un chiodo fisso per tutto ciò che riguarda la Rete e la sharing economy. Il suo libro cult è infatti Shareology, del socialmedia guru Bryan Kramer, tra i 25 top influencer al mondo secondo Forbes, padre della teoria dell’H2H, Human To Human, che spiega come il web e i social media ci consentano sì di conversare con altri individui, ma per sfruttare al meglio le loro potenzialità occorra ritrovare l’aspetto umano in questo dialogo con l’audience, cioè con delle persone, non con un target. “La strategia – spiega Kramer – è condividere ciò che ci rende umani, far leva sulle emozioni per collegarsi in rete con le persone e saper celebrare con onestà i momenti deboli perché ci rendono umani e credibili”. Una lezione di autenticità e comunicazione senza filtri che andrebbe applicata non solo al personal branding e al tentativo di costruirsi un’identità forte in Rete, ma anche in generale all’approccio con i clienti e i colleghi in un contesto lavorativo in cui spesso l’aspetto più carente è quello della deontologia e trasparenza, non solo professionale, da cui secondo Chiara discendono a cascata tutti i problemi che lamentiamo affliggere il nostro settore.

Infine il consiglio di Barbara, che in questo turbine di innovazione, personal branding e imprenditorialità ritorna un po’ alle basi del mestiere. “Il mio libro ‘mai più senza’ è La voce del testo (Feltrinelli 2012), di Franca Cavagnoli. Si tratta di un manuale-non manuale, in cui una delle più importanti traduttrici editoriali italiane spiega, con numerosi esempi e notevole pragmatismo, come affrontare il testo che ci si approccia a tradurre. Franca procede con metodo e attenzione, senza trascurare nessuna delle fasi fondamentali della traduzione: dalla prima lettura all’individuazione della voce autoriale e del lettore ideale, dall’approccio pratico ai diversi generi letterari all’importanza dell’autorevisione. Tutto viene analizzato e sviscerato in un’ottica di ‘bottega’ che aiuta a comprendere ‘di che pasta è fatto’, nel concreto, questo nostro mestiere. Certo, è un libro rivolto ai traduttori editoriali. Ma sono convinta che chiunque lavori con due o più lingue, due o più universi culturali, possa ricavarne qualche spunto utile. Del resto, come racconta l’autrice stessa: ‘La traduzione è, in quanto esperienza, riflessione. È prima di tutto un fare esperienza dell’opera da tradurre e nello stesso tempo della lingua in cui quell’opera è scritta e della cultura in cui è germinata. E subito dopo è un fare esperienza della lingua madre e della propria cultura, che deve accogliere, vincendo ogni possibile resistenza, la diversità linguistica e culturale del romanzo o del racconto [o di qualunque altra tipologia testuale, n.d.r] da tradurre.’

http://www.lagiornatadeltraduttore.it/traduzione-7-libri-leggere-futuro-del-nostro-mestiere-consigliati-colleghi

Cultura brasiliana, Musica, Traduzioni

Muito obrigado, axé!

Il Brasile è un paese grandicello. E, come è noto, è davvero multietnico:
storicamente, il popolo brasiliano nasce dalla mescolanza.
Mescolanza che è di sangue, di  tradizioni,  di culture, di religioni…

Alcune sono abbastanza note qui da noi, altre meno.

Per parlare di argomenti con cui sono più in confidenza, partirei dal candomblé, che è una religione ri-creata in Brasile ad opera degli africani vittime della diaspora, trasportati  oltreoceano nel corso del traffico schiavista.

Qui ci vuole una sigla. Ecco, quindi, la nostra: si tratta proprio di un invito a conoscere questo mondo misterioso, magico… afro.

L’autore della canzone è Carlinhos Brown e le meravigliose interpreti sono Ivete Sangalo e Maria Bethânia.

Il testo (e, direi, anche l’impasto di voci di Ivete e Bethânia) esprime bene
questo concetto della mescolanza, del “meticciato”  che sta alla base della cultura brasiliana: un continuo, dinamico,  inesauribile processo di creazione di prodotti originali dati dall’integrazione tra componenti dalle origini più variegate.

Vai al video della canzone su Youtube

E partiamo con una traduzione/parafrasi a ruota libera:

Odô, axé odô, axé odô, axé odô
Odô, axé odô, axé odô, axé odô

significaGrazie axé” (axé è la forza, energia che sta alla base della religione candomblé).
Quindi: Ringrazio la mia fede.

Isso é pra te levar no ilê
Pra te lembrar do badauê
Pra te lembrar de lá
Isso é pra te levar no meu terreiro
Pra te levar no candomblé
Pra te levar no altar

Questa canzone vuole portarti a casa (ilê),
ricordarti della festa (badauê),
farti ricordare come è là.
Voglio portarti nella casa dove io prego,

voglio portarti al candomblé,
voglio portarti a vedere il mio altare

Isso é pra te levar na fé
Deus é brasileiro
Muito obrigado axé
Ilumina o mirin orumilá

Na estrada que vem a cota
É um malê é um maleme

Voglio farti conoscere la mia fede
Dio è brasiliano

Ringraio la mia fede
Questa parte mescola termini di origine indigena, araba e yoruba (la lingua sacra del candomblé) per sottolineare che Dio è metaforicamente brasiliano: ovvero è meticcio, come tutta la cultura di questo paese.

Quem tem santo é quem entende
Quanto mais pra quem tem ogum

Missão e paz
Quanto mais pra quem tem ideais e

Os orixás

Chi “ha il santo” può capire, soprattutto chi è di Ogum (che è l’orixá =la divinità che apre i cammini), l’importanza di questo ritorno alle origini, per capire la ricchezza di tutti i contributi, per poter apprezzare la ricchezza delle diversità.

Joga as armas prá lá
Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz a festa
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz um samba
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Traz a orquestra
Joga as armas prá lá

Joga, joga as armas pra lá
Joga as armas pra lá
Faz a festa

Bisogna mettere da parte le armi, smettere di combattere, accogliere festosamente e con rispetto la diversità.
Dobbiamo armonizzare, come in un samba, come in  un’orchestra, le voci e i timbri differenti.

A quel punto potremo dire: “Muito obrigado, axé”, Grazie!

citazioni, Cultura brasiliana, Traduzioni

ÀBÍKÚ

Questo testo è di Ìyá Sandra Medeiros Epega
www.sandraepega.com.br

(la traduzione l’ho fatta, informalmente, io.
Sperando che all’Autrice non dispiaccia)

 Àbíkú – la parola dice già tutto

                          A=Noi
                                   BI=nascere
                                                     KU=Morire
                                                                (noi siamo stati concepiti per morire)

Nell’Orun, un mondo parallelo che ci circonda, in cui vivono Dei e Antenati, parola che si può tradurre con Cielo, vive un gruppo di bambini chiamato Egbe Orun Abiku: i bambini che nascono per morire in un breve periodo di tempo, provocando grande sofferenza nelle loro famiglie (…)

La permanenza degli Abiku o Emere è condizionata da un patto che stipulano con Onibode Orun, il portiere del Cielo, al momento di scendere nell’Aiye (la Terra).

Questo patto viene rigorosamente rispettato dagli Abiku, e un bimbo il cui accordo fosse quello di non nascere, realmente non nascerà, un altro che abbia stabilito di fare ritorno al momento dell’eruzione del suo primo dente, morirà subito, per incidente o malattia, giorni o ore dopo la comparsa di tale dentino.
Quando un bambino Abiku nasce, il suo amichetto, ovvero il suo compagno più prossimo nell’Orun, inizierà a intervenire nella sua vita, tormentandolo, comparendogli in sogno, di modo che non dimentichi i suoi amici nell’Orun e torni rapidamente da loro, appena avrà portato a termine quanto stabilito dal patto.

Gli Itan Ifá (racconti mitici della Tradizione Orale Yoruba) ci riferiscono di varie storie di Abiku, tra questi ad esempio i seguenti odú: Odi, Obara, Ejiogbe, Irete-Irosun, Otura-Rete, Iwori-Wosa.
(…)
La prima volta che gli Abiku vennero sulla Terra, erano un gruppo di 280, guidati da Alawaiye, re di Awaiye e loro capo nell’Orun. Venendo verso la Terra, tutti si fermarono alle porte del Cielo e strinsero vari patti. Essi sarebbero tornati nell’Orun non appena:
-avessero visto per la prima volta il viso di loro madre
-si fossero sposati
-avessero compiuto sette anni di vita
-avessero avuto un fratello
-avessero costruito una casa
-avessero imparato a camminare
E nessuno di loro voleva accettare l’amore dei propri genitori, e doni e affetto sarebbero stati insufficienti a trattenerli sulla Terra, e forse alcuni neppure arrivarono a nascere. I membri di questa prima leva di bambini Abiku stabilirono tra loro anche abiti, rituali, cappelli e turbanti, tinti di òsun che avrebbero avuto il valore simboico di 1.400 cauri e, se i loro genitori avessero saputo indovinare quali fossero tali abiti e oggetti e li avessero offerti loro, avrebbero potuto trattenerli sulla Terra.
Gli abiti avrebbero dovuto essere appesi ai rami degli alberi del Bosco Sacro degli Abiku, a Awaiye, e i loro genitori avrebbero dovuto dare annualmente una festa, con tamburi e cantiche, per rallegrare gli Abiku, che sarebbero stati dipinti con l’òsun, non sarebbero più tornati all’Orun, spezzando così il patto e il loro vincolo con la Società degli Abiku del Cielo.
Òrúnmìlà racconta altre storie su bambini che, dopo essere andati e venuti varie volte tra il Cielo e la Terra, poterono essere tenuti in vita, poiché i loro genitori avevano consultato l’oracolo di Ifá e fatto le offerte stabilite da Òrúnmìlà, scambiando il loro nome o aggiungendone uno che li facesse desistere dal morire nuovamente, usando foglie sacre per frizionare i loro corpicini, per allontanare gli altri compagni Abiku, mettendo alle loro caviglie uno Sawooro (sonaglino), facendo delle piccole incisioni sui loro corpi e inserendovi quindi la polvere nera ottenuta da una miscela di foglie, e riempiendo con questa stessa polvere un amuleto di pelle a forma di piccola borsa, chiamato Óndè, da legare alla vita del bambino. Alcuni Abiku devono anche indossare alle caviglie pesanti bracciali e catene che non li lasciano fuggire nell’Orun.
(…) Tali offerte avrebbero dato la possibilità ai genitori di trattenere i loro figli sulla Terra, e questi non sarebbero più morti.

Nei paesi di origine degli Yoruba, una madre che perde vari figli prima o dopo la loro nascita, per morte violenta, improvvisa o inesplicabile, va in cerca di un Babalawo (un sacerdote indovino) e scopre di essere madre di un bambino Abiku, che può nascere e morire innumerevoli volte, impedendole inoltre di avere figli normali. Il Babalawo indica la necessità di fare un Ebo (una offerta propiziatoria), di usare foglie particolari, procedimenti che servono per allontanare l‘Abiku, se i figli della donna sono morti, e perché questa possa generare bambini perfetti. Oppure per trattenere il bimbo sulla Terra e spezzare il suo vincolo con il Cielo, mantenendolo in vita. Fino a che il bambino avrà compiuto nove anni, in prossimità della data del suo compleanno, saranno fatte determinate offerte, che potranno essere ripetute fino al compimento del diciannovesimo anno. Il bambino dovrà usare abiti particolari, con decorazioni e colori specifici, il suo nome deve essere cambiato o se ne deve aggiungere un altro, che scoraggi il suo ritorno all’Orun (il Cielo).
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