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La presenza italiana in Brasile, tra “carcamano” e “talian”

Noi italiani, ci piaccia o meno, siamo stati dei grandi migranti. In Brasile le tracce della nostra presenza sono piuttosto radicate, soprattutto in alcune regioni del Paese, il che mi ha sempre incuriosito. Ultimamente sto scoprendo la presenza di molti Tonon, anche prestigiosi, in particolare nello Stato di Santa Catarina e questo, oltre a rendermi ancora più curiosa, ha risvegliato in me il ricordo di una piccola ricerca che avevo fatto per un congresso tenutosi qui a Genova nell’ormai lontano 2006. Erano altri tempi (eravamo felici e non sapevamo di esserlo), ma l’argomento resta attuale e, per me, sempre più stimolante. Spero possa esserlo anche per voi…

XXXVI CONGRESO I.I.L.I. “PALABRAS E IDEAS: IDA Y VUELTA
GENOVA, 26 DE JUNIO–1 DE JULIO DE 2006

L’IMMAGINE DEGLI IMMIGRATI ITALIANI IN BRASILE: DALLA LETTERATURA ALLE TELENOVELAS (TIZIANA TONON)
(© Copyright 2008 University Press – ISBN: 9788835959977)

La presenza italiana ha segnato profondamente la vita sociale e culturale del Brasile fin dall’inizio del fenomeno immigratorio, nel secolo XIX. In questo intervento ci si propone di fare un rapido excursus attraverso la letteratura brasiliana allo scopo di sottolineare come la presenza degli italiani in Brasile ha contribuito alla formazione di un determinato tipo di società.

L’attenzione sarà concentrata prevalentemente su tre opere che individuano diversi momenti storici e diverse circostanze, ovvero: la raccolta di racconti Brás, Bexiga e Barra Funda di Antônio de Alcântara Machado, il romanzo rurale O Quatrilho di José Clemente Pozenato e le memorie di famiglia di Zélia Gattai in Anarquistas, Graças a Deus. Infine, si farà cenno a un fenomeno tipicamente brasiliano, la telenovela, sottolineando come la figura dell’italiano sia presente in questo prodotto televisivo che coinvolge, in una sorta di rituale condiviso quotidianamente, la popolazione dell’intera nazione.

Già a partire dall’epoca imperiale, il Governo brasiliano promosse una politica immigratoria volta al popolamento delle regioni a scarsa densità demografica e alla sostituzione della manodopera schiava in seguito all’abolizione definitiva del sistema schiavista avvenuta nel 1888.

I flussi immigratori italiani in terra brasiliana, il cui momento di massima intensità si è registrato agli inizi del XX secolo, hanno dato luogo a sviluppi eterogenei e non facili da sintetizzare in modo organico. Al tempo della grande emigrazione, l’unità politica italiana era un evento recente e non si era ancora completamente affermata e interiorizzata una coscienza nazionale forte, tanto che come sottolinea Franco Cenni: “c’erano più calabresi, veneti, napoletani o lombardi tra i neo-arrivati che non propriamente italiani. Neppure la lingua, teoricamente comune, li legava (…) dato che tra loro dominavano i dialetti” (216). A questo si deve aggiungere il fatto che l’esperienza immigratoria degli italiani conobbe esiti piuttosto diversificati a seconda delle aree del paese in cui essi si diressero: negli stati di Rio Grande do Sul e di Espírito Santo, zone pioniere in cui si costituirono i primi insediamenti di italiani, si formarono nuclei coloniali di piccoli proprietari dediti all’agricoltura e alla viticoltura; nello stato di São Paulo gli italiani andarono invece prevalentemente a rimpiazzare, come salariati, il lavoro degli schiavi nelle piantagioni di caffè, per passare poi alla mezzadria e divenendo talora proprietari. Molti poi preferirono abbandonare le fazendas per trasferirsi nelle aree urbane, dove si dedicarono al piccolo commercio, lavorarono come carpentieri, muratori, artigiani, o come operai nelle fabbriche, spesso di proprietà di altri italiani- i cosiddetti “conti”- come Matarazzo o Crespi, che avevano saputo distinguersi partecipando attivamente alla corsa all’industrializzazione del Brasile.

Una delle principali caratteristiche che contraddistinguono l’immagine dell’immigrato italiano è la sua determinazione, l’ottimismo e la capacità di non risparmiarsi nell’affrontare il lavoro: “lavoratore, ingegnoso, ambizioso, perseverante” erano e sono, nell’immaginario collettivo, esattamente le caratteristiche dell’immigrato italiano che, spinto dal desiderio di “fare la ‘Merica”, incarna il tipo umano del “lavoratore” definito da Sérgio Buarque de Holanda: capace di aspettare con pazienza e caparbietà i frutti della propria fatica (44). Queste qualità andarono inizialmente a soddisfare le esigenze specifiche del paese di adozione, dal momento che l’esperienza schiavista aveva lasciato, nella cultura nazionale brasiliana, una pesante eredità: il lavoro, in particolare quello manuale, era associato alla negazione della libertà e, quindi, connotato negativamente come segno di inferiorità sociale. La necessità del governo era, pertanto, quella di rivitalizzare la popolazione con elementi che riconoscessero nel lavoro la possibilità di una vita migliore e di inserimento nella società. Gli italiani si adattarono in pieno alla situazione, tanto che successivamente l’ambizione e la quasi aggressività dell’italiano di successo si trasformarono in stereotipi dei quali troviamo, in letteratura, varie testimonianze.

Iniziamo a verificarlo prendendo in esame Brás, Bexiga e Barra Funda – Notícias de São Paulo di Antônio de Alcântara Machado, raccolta di racconti pubblicata nel 1927 che, secondo l’autore stesso, “não nasceu livro: nasceu jornal. Estes contos não nasceram contos: nasceram notícias” (21). Si tratta, in effetti, di una vera e propria galleria di istantanee che ritraggono personaggi e scorci della São Paulo del primo ventennio del Novecento, momento in cui la città stava affrontando una profonda trasformazione in senso industriale. Tali trasformazioni avvenivano in particolare nei quartieri che danno il titolo al libro, tradizionalmente occupati dagli italo-brasiliani, di cui Alcântara Machado ci parla attraverso una registrazione fedele dei loro tratti linguistici e comportamentali. I suoi racconti ci immettono direttamente nel mondo dei quartieri italo-paulisti attraverso flash di taglio quasi cinematografico, con brevi pennellate e dialoghi che riproducono spesso la parlata tipica, un misto di italiano e portoghese, proprio di questi personaggi.

L’opera nasce, come osserva Rubens Ricupero (140), dall’incontro di due fenomeni coevi: uno, di carattere sociologico, è costituito dall’emergere della generazione dei figli di immigrati, i quali, meno intimoriti dalla nuova realtà rispetto ai propri genitori e incoraggiati dall’espansione economica e industriale, cercano tenacemente di aprirsi un loro spazio nella società di adozione; l’altro fenomeno, culturale, è rappresentato dalla Semana de Arte Moderna realizzata a São Paulo nel 1922, evento che sancisce la nascita ufficiale della Rivoluzione Modernista i cui autori perseguivano –tra l’altro- l’introduzione di temi legati al quotidiano, con un’attenzione maggiore verso la realtà sociale brasiliana. Nell’intento di archiviare la letteratura tradizionale, considerata troppo lontana dalla vita reale, essi cercavano un avvicinamento tra la lingua scritta e quella parlata, valorizzando il livello colloquiale, quotidiano. Malgrado tali premesse, la letteratura di quegli anni non riserva uno spazio corrispondente alla considerevole presenza di immigrati italiani nella società paulista degli anni Venti. Gli intellettuali modernisti si limitano a qualche nota isolata che fa riferimento all’elemento italiano: alcuni accenni alla caratteristica parlata italo-portoghese, alle “italianinhas”, al figlio dell’immigrante arricchito (come, ad esempio, nelle poesie di Mário de Andrade in Paulicéia Desvairada), dimostrandosi nel complesso piuttosto diffidenti, se non ostili, nei confronti di un fenomeno che appare loro come minaccioso nel senso della possibile dissoluzione dell’autentica cultura nazionale. Inoltre, come già detto, in quell’epoca gli italo-brasiliani erano decisamente -quasi aggressivamente- intenzionati a ben inserirsi nella nuova società e rappresentavano in effetti un pericolo se si considera che, alla loro mobilità in senso ascendente, corrispondeva quella in senso inverso dei ceti medi della società brasiliana (Hohlfeldt, “Cultura italiana” 363).

I racconti di Alcântara Machado rappresentano quindi un’eccezione nel panorama letterario del periodo, dal momento che la comunità italo-paulista ne è assoluta protagonista; tuttavia i loro personaggi, pur non essendo mai esplicitamente giudicati o censurati, sono spesso ritratti in modo quasi caricaturale, esasperando, come sottolinea Luciana Stegagno Picchio: “quei difetti-virtù nazionali che il repertorio internazionale ha ormai stilizzato. L’italiano di Alcântara Machado è il furbastro piccolo commerciante della nuova borghesia paulista, il figlio del ‘carcamano’, l’uomo senza scrupoli che ‘carca la mano’ sulla bilancia per alterare il peso” (457).

L’ascesa sociale dell’immigrante è uno dei nuclei tematici della raccolta, espresso in particolare in due racconti della raccolta. In Armazém Progresso de São Paulo (52-55), il commerciante Natale Pienotto e la moglie Bianca incarnano perfettamente lo stereotipo appena descritto: “o Natale não despregava do balcão de madrugada a madrugada. Trabalhava como um danado. E Dona Bianca suando firme na cozinha e no bocce”(52). Sono lavoratori instancabili che non dimostrano particolari scrupoli nel trarre profitto dalle circostanze per avvicinarsi sempre più all’acquisto della sospirata villa nell’Avenida Paulista. Il secondo racconto, A Sociedade (36-38), descrive invece con ironia come le questioni di differenza sociale che teoricamente ostacolano il matrimonio tra Teresa Rita, figlia del Conselheiro José Bonifácio de Matos e Arruda, e Adriano, figlio del  “carcamano” arricchito Cav. Uff. Salvatore Melli, siano superate con facilità nel momento in cui tale matrimonio viene a suggellare la feconda unione tra l’aristocrazia paulista in declino e il “Capitale” italiano. Altri racconti, come Tiro de Guerra N° 35 (30-33) e Nacionalidade (56-58) testimoniano il desiderio di integrazione nella nuova terra espresso anche attraverso il sorgere dell’affermazione di un senso di “brasilianità” negli italo- paulisti. E altrove, come in Corínthians (2) vs Palestra (1) (42-45) si fa cenno al calcio, un altro importante contributo degli italiani alla vita brasiliana. La “Sociedade Esportiva Palestra Itália”, una delle squadre in campo per la partita che fa da sfondo al racconto, fu fondata nel 1914 proprio dalla colonia italiana e oggi è meglio nota con il nome di “Palmeiras”, assunto a causa delle condizioni createsi durante la Seconda Guerra Mondiale (Cenni 303).

Il secondo libro preso in esame è il romanzo rurale O Quatrilho di José Clemente Pozenato, del 1985, ambientato nel mondo coloniale italiano dello Stato del Rio Grande do Sul. L’autore è discendente di italiani, ma il suo contatto con la cultura originaria è stato tardivo. Come riferisce Pozenato stesso (“Uma História de Brasil” 113), il padre, nella sua intenzione di integrarsi totalmente, decise di allontanarsi dalla zona coloniale, di cambiare il proprio nome da Girolamo in Jerônimo, di dare ai propri figli nomi tratti dai protagonisti della storia del Brasile evitando di usare i nomi tradizionali della famiglia. Inoltre, non pronunciò mai alla presenza dei figli una sola parola in veneto, insistendo anzi perché questi parlassero un buon brasiliano, senza inflessioni “da gringo”. Solo in età adulta, come sacerdote e professore nella regione coloniale italiana, Pozenato si è lasciato avvicinare da una cultura che tuttavia confessa di non sentire come totalmente sua .

Il “quadriglio”, che dà il titolo al libro, è un gioco di carte in cui ci si scambia il partner durante la partita e la stessa cosa avviene tra le due coppie protagoniste del romanzo. I coniugi Angelo e Teresa Gardone e Mássimo e Pierina Boschini si trasferiscono in un’unica casa per dividere le spese, fino a che Teresa e Massimo fuggono insieme; Angelo e Pierina finiscono allora per costituirsi una nuova famiglia, sfidando a loro volta il giudizio della comunità, in particolare quello del parroco. In ogni caso, al di là della vicenda amorosa, l’interesse del romanzo risiede nella rappresentazione del modo di vivere di queste nuove comunità di italo-brasiliani: Pozenato descrive minuziosamente i cibi, l’arredamento delle case, i modi di vestire, i duri ritmi di lavoro e le abitudini per passare il (poco) tempo libero. E, elemento interessante, il racconto è inframmezzato da espressioni in dialetto veneto. Infatti, la maggior parte degli italiani che si stabilirono nel rio Grande do Sul come coloni erano di origine veneta e ricordiamo che ancora oggi la loro eredità è molto forte in queste zone del Brasile, dove il dialetto veneto ha dato origine al “talian”: “una forma linguistica costituita dal veneto, filtrato attraverso tanti altri dialetti portati dagli immigrati italiani nel Rio Grande do Sul a cui si sono aggiunte alcune parole portoghesi e talune alterazioni fonetiche” (Hohlfeldt, “La letteratura” 206-207).

Il “talian” è anche lingua letteraria, citiamo solo due esempi: la Vita e Stória de Nanetto Pipetta, Nassuo in Italia e Vegnudo in Mérica per Catare la Cucagna di Padre Aquiles Bernardi, e l’opera teatrale De Lá del Mar, della compagnia Míseri Colóni di Caxias do Sul, rappresentata con successo anche in Italia nel 1998.

Infine, torniamo all’ambiente urbano per prendere rapidamente in considerazione Anarquistas, Graças a Deus,ovvero le memorie d’infanzia di Zélia Gattai, figlia di immigrati italiani che, nel racontare la storia “simile ma completamente differente…” (Gattai 265) delle famiglie dei suoi genitori ci permette di mettere a fuoco altri aspetti delle vicende degli italiani sbarcati in Brasile. I nonni materni dell’autrice, i veneti e cattolici Da Col, facevano parte di quelle numerose famiglie italiane che si erano dirette in Brasile per lavorare come salariati in una fazenda di caffé nell’interno dello stato di São Paulo. I rapporti tra i fazendeiros e i nuovi lavoratori, tuttavia, non furono facili e molti conflitti furono generati dal fatto che i produttori di caffé imponevano ritmi di lavoro e condizioni simili a quelle del regime schiavista. Come racconta il nonno Eugênio Da Col: “A escravidão já fora abolida no Brasil, havia tempos, mas nas fazendas de café seu ranço perdurava” (267). Come molti altri, i Da Col lasciarono la fazenda e si diressero verso la capitale dello Stato, dove il capofamiglia trovò impiego come carpentiere nell’impresa di un connazionale, amico d’infanzia, che aveva fatto fortuna. Se i Da Col testimoniano l’esperienza di molti che erano partiti in cerca di migliori condizioni economiche, il racconto delle vicende dei Gattai informa circa un altro interessante aspetto dell’esperienza italiana in Brasile, ovvero l’esperimento anarchico della Colônia Cecília. Nel febbraio del 1890 circa 150 idealisti, tra cui appunto Francesco Arnaldo Gattai con la moglie e cinque figli, si imbarcarono dal porto di Genova per aderire al sogno di Giovanni Rossi di fondare una colonia sperimentale socialista nel Paraná, dove l’imperatore brasiliano D. Pedro II, appoggiando il progetto, aveva concesso 300 ettari di terreno. Purtroppo l’esperimento fallì nel giro di quattro anni, complice anche il fatto che pochi mesi prima della partenza dei 150 pionieri D. Pedro II era stato deposto e in Brasile era stata proclamata la Repubblica, il cui governo si rivelò molto meno bendisposto nei confronti della Colônia Cecília, nel timore che le idee anarchiche potessero espandersi nel paese. La famiglia Gattai, tuttavia, lasciò la colonia dopo due anni, per trasferirsi a São Paulo, dove appunto la loro storia si incrocia con quella dei Da Col.

Nelle pagine di questo libro, Zélia Gattai riesce -attraverso i suoi ricordi di bambina- a ricreare un mondo, descrivendo in modo semplice e coinvolgente il quotidiano dei discendenti di italiani nella São Paulo di inizio Novecento e l’importanza della loro partecipazione allo sviluppo del Paese di adozione.

La scelta è andata nello specifico a questi tre testi perché, oltre a fotografare alcuni dei differenti aspetti che hanno contraddistinto le vicende degli italiani immigrati in Brasile, sono stati oggetto di traduzioni e di trasposizioni televisive o cinematografiche, veicoli che hanno permesso a queste storie di compiere il percorso inverso rispetto ai loro protagonisti e, riattraversando l’Oceano, di raggiungere il pubblico italiano. Brás, Bexiga e Barra Funda è uscito in Italia a cura di Giuliano Macchi nel 1981 con il titolo Notizie di São Paulo. RaccontiO Quatrilho di Pozenato è diventato un film per il cinema, sotto la regia di Fábio Barreto, distribuito anche in Italia nel 1995 e candidato all’Oscar nel 1996 nella categoria di miglior film straniero. Anche il libro di Zélia Gattai è stato tradotto in italiano nel 1983 e inoltre, nel 1984, è stato trasposto in miniserie televisiva dall’emittente brasiliana Rede Globo, successivamente trasmessa anche in Italia dal canale TMC.

Ma non è soltanto con Anarquistas, Graças a Deus che la figura dell’italiano viene trasposta nelle produzioni televisive brasiliane: essa fa la sua comparsa anche nelle telenovelas. La telenovela brasiliana è un prodotto peculiare, uno dei più importanti dell’industria culturale del paese e, dopo più di cinquant’anni di vita (la prima telenovelaSua Vida me Pertence, è stata trasmessa nel 1951), è ancora campionessa di ascolti in Brasile, superata solo ogni quattro anni dalle partite di calcio della Coppa del Mondo (Alencar 120).

Una delle caratteristiche distintive della telenovela brasiliana, che ne ha segnato la grande fortuna presso il pubblico, è quella di essere un prodotto molto attento nel raccontare i molteplici aspetti della realtà nazionale. A partire dalla fine degli anni Sessanta, infatti, si abbandonò lo stile cosiddetto “cubano-messicano” delle novelas, contraddistinto dal tono esasperatamente melodrammatico e da personaggi e ambienti estranei alla realtà, per avvicinarsi sempre più alla vita quotidiana del paese, in un processo definito appunto di “brasilianizzazione” del genere.

Come si è visto, i discendenti di italiani costituiscono una buona parte della popolazione del Brasile, pertanto rappresentano un soggetto che non può essere trascurato da questo tipo di produzione. E si tratta in realtà di una presenza costante, a partire da Nino, o italianinho (Rede Tupì, 1969-1970), che rappresenta il prototipo dell’ ”italiano brava gente”, passando per le tipiche mamme italiane iperprotettive e ottime cuoche di Pão pão, beijo beijo (Globo, 1983) e Vereda Tropical (Globo, 1984-85), fino alle due famiglie italiane rivali in O Rei do Gado (Globo 1996-97), per citare solo alcuni esempi.

Il caso più rilevante che testimonia tale presenza è costituito dalla superproduzione Terra nostra (Globo, 1999-2000), che narra la saga degli immigranti italiani giunti in Brasile in cerca di una vita migliore e la loro partecipazione alla creazione del popolo brasiliano, basandosi su ricerche approfondite svolte dall’autore -Benedito Ruy Barbosa- a sua volta nipote di italiani. Partendo dall’imbarco al porto di Genova (documentato da scene originali dell’epoca montate con immagini degli attori della novela), la storia segue il tormentato amore dei protagonisti -Giuliana e Matteo- che, separati dal caso al momento dello sbarco, intraprendono percorsi paralleli: lui si reca a lavorare nella fazenda del Signor Gumercindo mentre lei viene accolta da Francesco Magliano, un italiano vecchio amico dei suoi genitori, già ben installato a São Paulo e proprietario di una casa bancaria.

Terra nostra, che è stata trasmessa anche in Italia da Retequattro nel 2000, ha dato impulso in Brasile a un rinnovato interesse per la cultura, la lingua e la cucina italiana: durante la programmazione della telenovela, oltre ad essere entrate nel linguaggio quotidiano espressioni italiane come ad esempio: “Benedetto!”, “Caspita”, “Amore mio”,  si sono intensificate le iscrizioni ai corsi di lingua italiana, i programmi televisivi e le riviste dedicate alla cucina italiana. Addirittura è stata lanciata sul mercato la marca di pasta “Terra Nostra” (Alencar 99-100).

Per concludere, possiamo dire che la figura dell’italiano, presente in maniera tanto marcata nella vita del Brasile, sia che lo si voglia rappresentare in maniera caricaturale, sia che venga contestualizzato in un ambito più serio, costituisce ormai un cliché e per questo motivo risulta essere quasi imprescindibile.

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